Il lavoro rende liberi?
di Samuele MaccoliniIl lavoro rende liberi?
Dipende da molti fattori esterni, meno dalla volontà individuale. Il contesto fa la differenza. Nascere in una famiglia ricca, o in una con meno risorse, fa ancora – purtroppo – la differenza. E infatti non è un caso che la frase "Arbeit macht frei" svettasse sui cancelli di Auschwitz e altri campi di concentramento, per umiliare i deportati ridotti a schiavi, la cui unica libertà era la morte certa.
Eppure il motto era nato in Germania alla fine dell'800 per promuovere l’etica del lavoro, vista come mezzo di emancipazione e disciplina. Ancora oggi capita ogni tanto che qualche politico disattento lo utilizzi, in buona fede, recuperando l'accezione originale – o comunque letterale – con l'intento di valorizzare il ruolo del lavoro a livello individuale e sociale. Le gaffe sono da criticare, ma rivelano un lapsus freudiano: la questione del significato del lavoro nelle nostre vite continua a tormentarci.
Primo Levi, superstite dell'Olocausto, ha vissuto sulla sua pelle sia il lavoro forzato e disumanizzante, sia il lavoro che dà libertà. Riflettendo sulla sua esperienza, ha donato a lavoratori e lavoratrici una chiave di lettura per interpretare il senso della loro vera, falsa o presunta libertà.
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Dipende da molti fattori esterni, meno dalla volontà individuale. Il contesto fa la differenza. Nascere in una famiglia ricca, o in una con meno risorse, fa ancora – purtroppo – la differenza. E infatti non è un caso che la frase "Arbeit macht frei" svettasse sui cancelli di Auschwitz e altri campi di concentramento, per umiliare i deportati ridotti a schiavi, la cui unica libertà era la morte certa.
Eppure il motto era nato in Germania alla fine dell'800 per promuovere l’etica del lavoro, vista come mezzo di emancipazione e disciplina. Ancora oggi capita ogni tanto che qualche politico disattento lo utilizzi, in buona fede, recuperando l'accezione originale – o comunque letterale – con l'intento di valorizzare il ruolo del lavoro a livello individuale e sociale. Le gaffe sono da criticare, ma rivelano un lapsus freudiano: la questione del significato del lavoro nelle nostre vite continua a tormentarci.
Primo Levi, superstite dell'Olocausto, ha vissuto sulla sua pelle sia il lavoro forzato e disumanizzante, sia il lavoro che dà libertà. Riflettendo sulla sua esperienza, ha donato a lavoratori e lavoratrici una chiave di lettura per interpretare il senso della loro vera, falsa o presunta libertà.