Lavorare meno per vivere meglio
Qualche settimana fa abbiamo intervistato Davide Dibitonto del Partito Capibara, promotore di una radicale proposta di riforma economica e sociale che include la riduzione della settimana lavorativa a 24 ore. Il video ha scatenato dibattito e nei commenti in molti ci avete chiesto: «Sì, ma come si fa?». Per andare oltre lo slogan e spiegare "come" tutto questo sia tecnicamente possibile, abbiamo letto alcuni documenti del Partito. Il capitalismo – si legge nelle analisi alla base di due pubblicazioni che a settembre approderanno in libreria – ci ha convinto che la scarsità sia naturale e che lavorare 40 ore a settimana sia un destino inevitabile. Ma in realtà viviamo nell’epoca più abbondante della storia: oggi – secondo Dibitonto – abbiamo le tecnologie necessarie per liberarci dal «ricatto del lavoro» attraverso l’automazione.
Produciamo più di quanto consumiamo, eppure continuiamo a correre. Perché? Perché il sistema ha bisogno di mantenere viva la finzione della scarsità per legittimarsi. In Italia, lo 0,1% della popolazione controlla oltre 1.000 miliardi di euro: la ricchezza c'è, ma è accumulata in poche mani invece di essere usata per liberare tempo collettivo. Le attuali proposte politiche sulla settimana corta (presentate da Pd, Avs e M5S) sono spesso sperimentali, volontarie e prive di obblighi. Molte mancano di un legame con il salario minimo, rischiando di diventare un privilegio per pochi. Per il Partito Capibara serve invece un cambiamento strutturale e universale che parta da una base certa: meno ore di lavoro, senza toccare lo stipendio.
Il cuore del progetto – elaborato con REPA (Reti di Progettazione Aperta), network di economisti e ricercatori –, è una settimana di 24 ore (6 ore al giorno per 4 giorni) con un salario minimo di 15€ netti l'ora. L’obiettivo è tagliare del 40% il tempo di lavoro senza alcuna perdita di stipendio per chi guadagna fino a 2.000€ netti al mese. Ok, ma come si finanzia? La sostenibilità economica passerebbe per una "Comprehensive Income Tax": un’unica imposta progressiva che sostituisce i tributi attuali. La proposta prevede una no tax area fino a 20.280€ annui (1.560€ al mese) e lo spostamento del carico fiscale dal lavoro ai grandi patrimoni. In pratica: chi lavora tiene tutto il suo stipendio, mentre le rendite e i capitali iniziano a pagare il giusto.
Per redistribuire davvero il tempo, il progetto propone una "Global Wealth Tax" radicale: un tetto massimo alla ricchezza personale fissato a 6,6 milioni di euro. Tutto ciò che eccede questa soglia verrebbe tassato al 100% per finanziare i servizi pubblici e la transizione. Spostando il potere d'acquisto verso le fasce medio-basse, la proposta stima un aumento della domanda interna fino a 300 miliardi l’anno. Meno ore – spiegano dal Partito – significa anche "lavorare tutti", abbattendo la disoccupazione e spingendo le imprese a investire in tecnologia e automazione per gestire la produzione in modo più intelligente. La riduzione della settimana lavorativa è solo uno degli aspetti di una radicale riforma proposta dal Partito Capibara, con l’obiettivo di creare una società post lavorista e un nuovo modello di vita, basato sull’abbondanza di tempo libero, la gratuità di beni e servizi, il rispetto del diritto alla casa e un reddito universale garantito dall’automazione. Liberare tempo, secondo i promotori, significa restituire lo spazio alla cura, alle relazioni, alle passioni e alla partecipazione politica. L'obiettivo finale è una «vita bella e condivisa», dove il tempo libero non è più un lusso o un premio, ma il vero motore della società.
Dietro l’estetica dei meme e le provocazioni del Partito Capibara si nasconde uno studio molto più profondo. Dopo il nostro video con il fondatore Davide Dibitonto (@xenodibi), la domanda più frequente è stata: come può stare in piedi un sistema che dimezza il lavoro senza tagliare gli stipendi? Siamo andati a studiare il documento tecnico del Partito Capibara per capire la fattibilità di questa proposta, che nasce dal lavoro di REPA (Reti di Progettazione Aperta), un network di tecnici, accademici e dirigenti impegnati a progettare la transizione verso una società post-lavorista.
Il progetto non è un'utopia, ma una critica radicale al modello attuale. La domanda "come si fa?" trova risposta in un piano di decreti attuativi che analizzano la ridistribuzione della ricchezza e l’impatto dell’automazione. Non si tratta solo di lavorare meno, ma di una riforma fiscale totale che prevede una no tax area fino a 20.280 euro e un tetto alla ricchezza personale, spostando il carico fiscale dal lavoro alle rendite e ai grandi patrimoni. In Italia la pressione fiscale grava quasi interamente sul lavoro (fino al 50%), mentre i grandi capitali godono di agevolazioni enormi.
In un Paese dove il burnout è la norma e la precarietà è un ricatto quotidiano, immaginare un’alternativa non è più solo un esercizio teorico ma una necessità materiale. A settembre il progetto tecnico completo approderà in libreria con una pubblicazione dedicata, segnando un ulteriore passo nel dibattito sulla riduzione dell’orario lavorativo in Italia. Il futuro non deve essere per forza un sacrificio costante: può essere uno spazio di libertà, cura e legami sociali.