La fuga degli infermieri italiani verso l’estero si consolida come fenomeno strutturale, non più circoscritto a singoli casi. A evidenziarlo è il nuovo report del sindacato Nursing Up, che descrive un sistema sanitario sempre più esposto alla competizione internazionale e in difficoltà nel trattenere i propri professionisti. Al centro della criticità restano le retribuzioni e le condizioni di lavoro, giudicate non competitive rispetto agli standard esteri.

Secondo il report, il fenomeno ha assunto caratteristiche più pervasive: non riguarda più soltanto infermieri già in servizio, ma coinvolge anche gli studenti universitari. Recruiter stranieri, infatti, intercettano i futuri professionisti già durante il percorso di formazione, proponendo contratti e opportunità prima ancora del conseguimento della laurea. Il divario retributivo rappresenta il principale fattore di attrazione. In Italia, gli stipendi degli infermieri oscillano mediamente tra i 1.400 e i 1.900 euro lordi mensili. All’estero, le cifre risultano nettamente più elevate: in Svizzera si superano i 7.000 euro lordi, con differenziali che arrivano fino al +250%. Anche in Canada e in Norvegia le retribuzioni sono più alte e accompagnate da pacchetti che includono supporto logistico, formazione linguistica e condizioni di welfare più favorevoli. Un gap che rende il sistema italiano sempre meno competitivo.

L’impatto quantitativo è rilevante: ogni anno circa 7.000 infermieri lasciano il Paese, con una perdita significativa di competenze e risorse. Il dato pesa ulteriormente se si considera il costo della formazione, stimato in circa 30mila euro per ogni professionista. Ne deriva che l’Italia trasferisce all’estero un investimento pubblico superiore ai 200 milioni di euro annui. Una dinamica che rischia di aggravare la carenza di personale negli ospedali, già oggi sotto pressione.

La questione è particolarmente sentita in regioni di confine come la Lombardia, dove la vicinanza con la Svizzera amplifica il fenomeno. Oltrefrontiera, infatti, gli stipendi possono raggiungere i 7.200 euro mensili, contro meno di 2.000 euro in Italia. Un’asimmetria che si riscontra, seppur con intensità diverse, anche nel confronto con altri Paesi.