G8 Genova 2001: quando gli hacker sfidarono la repressione
di Tommaso ProverbioDurante il G8 di Genova si è consumata una delle violazioni più gravi dei diritti in Europa negli ultimi decenni. La repressione fu brutale, sistematica, impunita.
Eppure, in mezzo al caos, c’era chi provava a resistere con altri mezzi: le frequenze radio, i cavi, i dati.
Francesco era lì. Era un informatico che faceva parte del collettivo hacker LOA, e che a Genova era nel Media Center.
Lì gestivano le informazioni, e volevano che le loro competenza servissero a chi era in piazza. Qualcuno ha provato anche a intercettare le comunicazioni della polizia, raccoglievano dati, cercavano di avvisare i manifestanti su dove non andare. Era una forma di resistenza.
In uno dei contesti più repressivi della storia recente italiana, la tecnologia è diventata un modo per proteggere, informare, denunciare.
Ma l’eredità di quella stagione è complessa. Lì nacque anche una spaccatura: tra chi usava la tecnica come strumento politico, e chi invece vedeva nell’hacking solo una competenza, senza una direzione ideologica.
E nel tempo, tra l’avvento dei social media e il ritiro dagli spazi fisici, molte di quelle reti si sono disperse.
Oggi le proteste sono cambiate, i canali sono cambiati. Ma la posta in gioco è la stessa. Chi controlla i dati controlla anche il potere.
E allora: dove si fa attivismo digitale oggi? Esistono ancora spazi per costruire una rete hacker politica? E cosa abbiamo perso per strada?
Abbiamo posto queste domande a Francesco per capire cosa voleva dire fare attivismo digitale vent’anni fa, come si costruiva una rete dal basso, e cosa resta oggi di quello spirito.
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Eppure, in mezzo al caos, c’era chi provava a resistere con altri mezzi: le frequenze radio, i cavi, i dati.
Francesco era lì. Era un informatico che faceva parte del collettivo hacker LOA, e che a Genova era nel Media Center.
Lì gestivano le informazioni, e volevano che le loro competenza servissero a chi era in piazza. Qualcuno ha provato anche a intercettare le comunicazioni della polizia, raccoglievano dati, cercavano di avvisare i manifestanti su dove non andare. Era una forma di resistenza.
In uno dei contesti più repressivi della storia recente italiana, la tecnologia è diventata un modo per proteggere, informare, denunciare.
Ma l’eredità di quella stagione è complessa. Lì nacque anche una spaccatura: tra chi usava la tecnica come strumento politico, e chi invece vedeva nell’hacking solo una competenza, senza una direzione ideologica.
E nel tempo, tra l’avvento dei social media e il ritiro dagli spazi fisici, molte di quelle reti si sono disperse.
Oggi le proteste sono cambiate, i canali sono cambiati. Ma la posta in gioco è la stessa. Chi controlla i dati controlla anche il potere.
E allora: dove si fa attivismo digitale oggi? Esistono ancora spazi per costruire una rete hacker politica? E cosa abbiamo perso per strada?
Abbiamo posto queste domande a Francesco per capire cosa voleva dire fare attivismo digitale vent’anni fa, come si costruiva una rete dal basso, e cosa resta oggi di quello spirito.