Chi ha accesso ai dati di Oura Ring

Dietro un anello che monitora sonno, battito cardiaco, stress, temperatura corporea e attività fisica, si stanno aprendo questioni molto più profonde. Negli ultimi anni questi wearable sono diventati sempre più popolari perché promettono di anticipare segnali di stanchezza, malessere o recupero fisico attraverso l’analisi continua dei dati biometrici.

Durante la pandemia, Oura Ring era stato persino studiato per individuare possibili sintomi influenzali prima della comparsa evidente. C’è però un punto fondamentale: non si tratta di dispositivi medici certificati. Non fanno diagnosi e non sostituiscono un medico.I problemi iniziano altrove.

Il primo riguarda la quantità di informazioni raccolte: sonno, ritmi biologici, temperatura corporea, livelli di stress, abitudini quotidiane. Dati estremamente sensibili che raccontano molto più di quanto sembri.

Il secondo è psicologico. Sempre più persone iniziano a vivere in funzione delle notifiche dell’anello: quanto hai dormito, quanto sei stressato, quanto sei “pronto” ad affrontare la giornata. E quando deleghi costantemente la percezione del tuo corpo a un algoritmo, cambia anche il rapporto che hai con te stesso.

Il terzo punto è quello più controverso. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Oura avrebbe collaborato con Palantir, società americana specializzata in analisi di dati e sistemi di sorveglianza. La stessa azienda accusata da molte organizzazioni e attivisti di supportare operazioni militari israeliane a Gaza e Libano e di collaborare negli Stati Uniti con l’ICE nei sistemi di controllo migratorio. Ed è qui che la questione smette di essere solo tecnologica.

Perché quando dati biometrici e sanitari entrano in ecosistemi privati sempre più opachi, la domanda non è più cosa misura un dispositivo. Ma chi può accedere a quelle informazioni e come potrebbero essere usate in futuro.
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