Ti fideresti di un medico che usa ChatGPT?
di Tommaso ProverbioNegli ultimi anni sempre più medici hanno iniziato a utilizzare strumenti di intelligenza artificiale generativa per cercare informazioni o supporto nelle diagnosi.
Il problema è che questi sistemi non sono progettati per la pratica clinica: secondo uno studio pubblicato sull’European Journal of Pathology, le risposte fornite dai chatbot medici possono risultare errate in una percentuale molto elevata dei casi. Questo però non significa che l’intelligenza artificiale non possa migliorare la medicina. Anzi. In Italia esistono già applicazioni molto concrete.
Il punto centrale è che tutti questi sistemi funzionano grazie ai dati. E gli ospedali sono una delle più grandi fonti di dati sanitari esistenti. Se queste informazioni finiscono in piattaforme private di intelligenza artificiale, il rischio riguarda la gestione di dati estremamente sensibili: diagnosi, terapie, storia clinica delle persone.
Per questo la vera sfida è sviluppare e integrare queste tecnologie dentro il Servizio Sanitario Nazionale, con infrastrutture pubbliche sicure e controllate. Ma qui emerge un problema strutturale italiano: i dati sanitari spesso non comunicano tra loro.
Il Fascicolo Sanitario Elettronico dovrebbe raccogliere la storia clinica dei cittadini e renderla accessibile ai medici. Nella pratica però il sistema è ancora molto frammentato e l’utilizzo da parte dei cittadini resta basso, con forti differenze tra regioni.
L’Italia ha eccellenze importanti nell’intelligenza artificiale applicata alla medicina. Ma oggi queste innovazioni restano distribuite in modo disomogeneo.
La sfida sarà portarle dentro tutto il sistema sanitario pubblico. Perché se la tecnologia resta concentrata in pochi centri avanzati o nella sanità privata, il rischio è che l’innovazione diventi sempre più un privilegio per pochi.
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Il problema è che questi sistemi non sono progettati per la pratica clinica: secondo uno studio pubblicato sull’European Journal of Pathology, le risposte fornite dai chatbot medici possono risultare errate in una percentuale molto elevata dei casi. Questo però non significa che l’intelligenza artificiale non possa migliorare la medicina. Anzi. In Italia esistono già applicazioni molto concrete.
Il punto centrale è che tutti questi sistemi funzionano grazie ai dati. E gli ospedali sono una delle più grandi fonti di dati sanitari esistenti. Se queste informazioni finiscono in piattaforme private di intelligenza artificiale, il rischio riguarda la gestione di dati estremamente sensibili: diagnosi, terapie, storia clinica delle persone.
Per questo la vera sfida è sviluppare e integrare queste tecnologie dentro il Servizio Sanitario Nazionale, con infrastrutture pubbliche sicure e controllate. Ma qui emerge un problema strutturale italiano: i dati sanitari spesso non comunicano tra loro.
Il Fascicolo Sanitario Elettronico dovrebbe raccogliere la storia clinica dei cittadini e renderla accessibile ai medici. Nella pratica però il sistema è ancora molto frammentato e l’utilizzo da parte dei cittadini resta basso, con forti differenze tra regioni.
L’Italia ha eccellenze importanti nell’intelligenza artificiale applicata alla medicina. Ma oggi queste innovazioni restano distribuite in modo disomogeneo.
La sfida sarà portarle dentro tutto il sistema sanitario pubblico. Perché se la tecnologia resta concentrata in pochi centri avanzati o nella sanità privata, il rischio è che l’innovazione diventi sempre più un privilegio per pochi.