«No, così sembra scritto da un’AI»
Sempre più persone online raccontano online di aver modificato il loro modo di scrivere a causa dell’intelligenza artificiale. Non tanto perché la usano continuamente o ne sono diventate dipendenti, quanto perché iniziano a evitare certe frasi, alcuni segni grafici e determinate strutture sintattiche percepite come “tipiche” dell’AI. Insomma, dichiarano di cambiare il proprio stile di scrittura per non sembrare una macchina.
Basta fare una rapida ricerca online o su Tiktok per rendersi conto che questo timore è molto più diffuso di quanto si pensi fra le nuove generazioni: reel, post e forum in cui c’è chi si confronta sulle strutture sintattiche che “suonano AI”, insieme a veri e propri tutorial su come “scrivere in modo più umano”. Il risultato è che le persone iniziano davvero a evitare alcune costruzioni, come la sequenza di tre aggettivi consecutivi, certe ripetizioni o pattern che abbiamo sempre usato, ma che oggi possono sembrare “troppo perfetti”.
Il caso più evidente è quello dell’em dash, la lineetta lunga. Questo segno di punteggiatura, molto comune nella narrativa e nella saggistica, serve a creare pause, incisi, relazioni tra parti della frase. Nelle discussioni online, tuttavia, viene spesso indicato come uno degli elementi più “AI-like”, al punto che in molti hanno iniziato a sostituendolo con virgole, punti o con il semplice trattino, che però in italiano ha un uso diverso. Per descrivere questa tendenza si parla di un vero e proprio “Em Dash Dilemma”: una condizione in cui un segno di punteggiatura diventa a tutti gli effetti un marcatore sociale, uno strumento di sorveglianza implicita, che indica autenticità o artificio. Non sorprende, quindi, che online circolino sempre più consigli su come evitare di sembrare un chatbot. Fra i vari consigli, variare la lunghezza delle frasi, inserire più elementi colloquiali e sinonimi, utilizzare esempi personali e rompere la simmetria del discorso.
La verità è che più utilizziamo questi strumenti, più ci rendiamo conto che non sono neutrali. Ci aiutano enormemente nel riordinare appunti, studiare, imparare lingue, se abbiamo bisogno di spiegazioni o chiarimenti veloci o persino per controllare ciò che scriviamo, come farebbe un editor. Allo stesso tempo, però, tutto ciò introduce un’altra dinamica: quella della dipendenza silenziosa, perché anche quando non la stiamo usando, l’AI continua a influenzare il nostro modo di scrivere, di leggere o di giudicare un testo. E così si crea una nuova forma di pressione culturale: non solo essere chiari, ma essere “non AI-like”. Allo stesso tempo, però, introducono una nuova pressione sociale, una nuova ansia. Anche quando non li stiamo usando, continuano a influenzare il nostro modo di scrivere, di leggere, di giudicare un testo, facendo nascere in noi un dubbio: non tanto o non solo essere chiari ed efficaci, ma non sembrare AI.