Il reato di tortura non si tocca: è una garanzia di civiltà
di Davide TragliaIn Italia il reato di tortura è stato introdotto esattamente otto anni fa, il 14 luglio 2017, dopo anni di pressioni internazionali e la condanna della Corte europea dei diritti umani per la mancanza di una legge adeguata e le condizioni inumane e degradanti nelle carceri. Fino ad allora, nonostante casi documentati di violenze da parte delle forze dell’ordine, non esisteva uno strumento giuridico per punirle adeguatamente. La prima condanna è arrivata nel 2021, contro un agente penitenziario di Ferrara.
Il reato è disciplinato dagli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale. La norma punisce con la reclusione da 4 a 10 anni chi, con crudeltà, infligge gravi sofferenze fisiche o psichiche a persone private della libertà, anche attraverso più condotte o trattamenti inumani e degradanti. Se a commetterlo è un pubblico ufficiale, o se la vittima subisce lesioni gravi o muore, la pena aumenta. L’istigazione alla tortura, anche se non concretizzata, è punita con la reclusione fino a 3 anni.
Oggi il reato di tortura è di nuovo sotto attacco. Nel 2023, Fratelli d'Italia ha proposto di derubricare la tortura a mera aggravante. Più di recente, invece, il ministro Matteo Salvini ha affermato che «bisogna rivedere, circoscrivere e precisare il reato di tortura per permettere alla Penitenziaria di fare il proprio lavoro». Ancora, il sottosegretario Andrea Ostellari ha proposto l’introduzione del taser nelle carceri, come se il problema fosse la mancanza di strumenti, e non l’abuso di potere. A tal proposito, Amnesty International, Antigone e A Buon Diritto hanno più volte denunciato il rischio di far saltare processi in corso e di rendere nuovamente opaco il sistema penitenziario.
La verità è che non è questa legge a mettere in difficoltà gli agenti. Lo fanno gli abusi, i soprusi documentati, le violenze gratuite. Ed è proprio riconoscendo questi crimini, distinguendo chi serve lo Stato da chi ne tradisce i principi, che si protegge l’onore delle istituzioni. Indebolire la legge sulla tortura significa dire, implicitamente, che la tortura può essere tollerata. Ma non può: è un crimine, e uno Stato di diritto non può permettersi di ignorarlo.
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Il reato è disciplinato dagli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale. La norma punisce con la reclusione da 4 a 10 anni chi, con crudeltà, infligge gravi sofferenze fisiche o psichiche a persone private della libertà, anche attraverso più condotte o trattamenti inumani e degradanti. Se a commetterlo è un pubblico ufficiale, o se la vittima subisce lesioni gravi o muore, la pena aumenta. L’istigazione alla tortura, anche se non concretizzata, è punita con la reclusione fino a 3 anni.
Oggi il reato di tortura è di nuovo sotto attacco. Nel 2023, Fratelli d'Italia ha proposto di derubricare la tortura a mera aggravante. Più di recente, invece, il ministro Matteo Salvini ha affermato che «bisogna rivedere, circoscrivere e precisare il reato di tortura per permettere alla Penitenziaria di fare il proprio lavoro». Ancora, il sottosegretario Andrea Ostellari ha proposto l’introduzione del taser nelle carceri, come se il problema fosse la mancanza di strumenti, e non l’abuso di potere. A tal proposito, Amnesty International, Antigone e A Buon Diritto hanno più volte denunciato il rischio di far saltare processi in corso e di rendere nuovamente opaco il sistema penitenziario.
La verità è che non è questa legge a mettere in difficoltà gli agenti. Lo fanno gli abusi, i soprusi documentati, le violenze gratuite. Ed è proprio riconoscendo questi crimini, distinguendo chi serve lo Stato da chi ne tradisce i principi, che si protegge l’onore delle istituzioni. Indebolire la legge sulla tortura significa dire, implicitamente, che la tortura può essere tollerata. Ma non può: è un crimine, e uno Stato di diritto non può permettersi di ignorarlo.