«Il voto non dovrebbe costare quattro turni di lavoro», studentessa fuorisede chiede aiuto al Presidente Mattarella

Questa mattina Veronica, 23 anni, studentessa di Cooperazione internazionale all’Università La Sapienza di Roma, ha protestato davanti al Ministero della Giustizia contro l’impossibilità per molti cittadini italiani fuori sede di partecipare al referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026. Pur essendo cittadina italiana, non potrà votare a Roma, dove studia e vive, ma dovrebbe tornare nel comune di residenza in Emilia Romagna spendendo circa 140 euro.

La decisione deriva dal decreto legge Elezioni (n. 196/2025): l’11 febbraio 2026 l’Aula del Senato ha respinto tutti gli emendamenti, inclusi quelli presentati dalle opposizioni, che chiedevano di consentire il voto ai fuori sede. Si tratta di un passo indietro rispetto agli ultimi anni. Alle elezioni europee del 2024, infatti, circa 23 mila studenti avevano potuto votare lontano dal proprio comune di residenza. Lo stesso è accaduto per le amministrative e al referendum del 2025. Questa volta invece non sarà possibile, perché - secondo il governo - “tempi tecnici erano insufficienti”.

Nella lettera inviata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la studentessa racconta la sua condizione e quella di molti coetanei. «Non sono un’eccezione: siamo centinaia di migliaia di studenti e lavoratori fuori sede che tengono insieme università, stipendio e sogni con grande fatica», scrive Veronica. Il problema, sottolinea, è soprattutto economico. «Per partecipare a questo referendum dovrei spendere più di 140 euro tra treni e spostamenti. Significa due settimane di spesa o quattro turni di lavoro in più. Così il diritto di voto diventa un diritto condizionato dalla disponibilità economica».

Accanto a Veronica si è schierato anche il Comitato studentesco referendario per il No del Lazio, al suo fianco sotto al Ministero della Giustizia. «Sosteniamo Veronica e la sua battaglia. Votare è un diritto, non può essere un privilegio».
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