No, la Polizia non può sospendere i tuoi diritti
di Davide TragliaAl Festival di Sanremo, alcuni attivisti di Extinction Rebellion hanno protestato davanti al Teatro Ariston contro il greenwashing. Tredici persone sono state portate in commissariato per l’identificazione, tra cui anche chi stava solo documentando la scena.
Durante il fermo, un’attivista ha chiesto chiarimenti sulla propria posizione, se fosse libera di andare oppure no. «Non hai nessun diritto quando ti trovi in fermo di polizia», ha risposto l’agente.
L’affermazione dell’agente è giuridicamente falsa e molto grave, soprattutto perché proviene da un rappresentante delle forze dell’ordine. La Costituzione stabilisce che la libertà personale è inviolabile e che ogni limitazione può avvenire soltanto nei casi previsti dalla legge e seguendo procedure precise. Non esiste alcuna situazione in cui una persona perde automaticamente i propri diritti, che restano ovviamente validi anche durante un controllo di polizia.
Nel video diffuso, l’attivista afferma di aver consegnato il documento di riconoscimento. Questo è rilevante, perché la legge consente l’accompagnamento in commissariato solo se l’identificazione non è possibile sul posto. Ciò avviene in assenza di documenti o se ci sono dubbi sulla loro autenticità. XR ha dichiarato che tutte le persone erano immediatamente identificabili e perciò ha definito il provvedimento un fermo illegittimo.
Nel video, l’agente ha sostenuto che il documento potesse essere falso. Se un poliziotto ha un sospetto concreto, può approfondire e questo fa parte delle sue funzioni. Questo, però, non autorizza a sospendere i diritti della persona o a trattenerla senza chiarire formalmente la sua posizione, né il dubbio può diventare una leva per allontanare delle persone che protestavano pacificamente.
Quando una persona viene privata della libertà, anche temporaneamente, quella privazione deve essere giustificata e formalizzata: non basta dire «vedremo dopo» né si può tollerare che un membro delle forze dell’ordine pronunci una frase che è l’opposto del principio su cui si fonda lo Stato di diritto.
I tredici attivisti sono rimasti negli uffici della polizia per diverse ore, con l’ultima persona rilasciata alle 4.20 del mattino. A tutti sono stati notificati fogli di via obbligatori, con divieto di ritorno a Sanremo fino a tre anni. Sono arrivate anche denunce per manifestazione non preavvisata.
Questo episodio si inserisce proprio nelle stesse ore in cui sono entrate in vigore le nuove misure di sicurezza introdotte dal governo. Tra queste vi è il cosiddetto fermo preventivo, che consente di trattenere temporaneamente una persona anche senza che sia indiziata di un reato. È sufficiente una valutazione di pericolosità legata a uno “stato di fatto”.
Formalmente queste misure hanno limiti e garanzie, ma nella pratica, più si amplia il margine discrezionale, più diventa importante la trasparenza. Il problema non è soltanto cosa dice la legge, ma soprattutto – come mostra questo caso – come viene poi applicata. Quando una persona viene fermata, si crea una situazione di asimmetria evidente, perché da una parte c’è l’autorità dello Stato, dall’altra un cittadino spesso senza strumenti immediati per verificare o contestare ciò che sta succedendo.
È per questo che da anni associazioni, giuristi e organizzazioni per i diritti civili chiedono l’introduzione di codici identificativi visibili sulle divise e l’uso sistematico di bodycam durante i servizi di ordine pubblico. Il governo e più in generale la destra li considerano strumenti punitivi per le forze dell’ordine, che sottintendono una mancata fiducia nei loro confronti. In realtà si tratta di strumenti di garanzia reciproca, che proteggerebbero tanto i cittadini da eventuali abusi, quanto gli stessi agenti da accuse infondate.
In molti Paesi europei codici identificativi e bodycam sono già la norma. Il punto non è mettere in discussione il ruolo delle forze dell’ordine, che svolgono una funzione essenziale e spesso difficile, ma rafforzare la fiducia nelle stesse – soprattutto dopo i recenti casi di violenze ai danni dei manifestanti a Torino e Milano e le conversazioni dei carabinieri emerse dopo la morte di Ramy Elgaml, pubblicate nei giorni scorsi da Domani.
La frase pronunciata dall’agente è stata già liquidata da alcuni come uno sfogo, una leggerezza, o addirittura come un attacco pregiudiziale alle forze dell’ordine. La verità, però, è che queste parole raccontano un equilibrio sempre più delicato e fragile tra autorità e diritti e mostrano soprattutto quanto il confronto negli ultimi mesi si sia fatto più duro, più frontale.
In uno Stato di diritto, non solo frasi del genere non dovrebbero essere mai pronunciate, ma i diritti devono restare riconoscibili ed essere garantiti proprio nel momento in cui una persona si trova sotto il controllo dello Stato. Nessuno è senza diritti, nemmeno durante un controllo di polizia. Anzi, verrebbe da dire, soprattutto durante un controllo di polizia.