Come (non) parliamo di infertilità
di Eleonora SignoriniÈ uno dei paradossi più evidenti della nostra vita sessuale: passiamo la vita a evitare gravidanze, per poi scoprire che concepire non è affatto ovvio. La scarsissima educazione riproduttiva che riceviamo saltuariamente, ci prepara quasi esclusivamente a evitare: evitare gravidanze, evitare rischi, evitare errori. Poco o nulla viene detto sulla fragilità del concepimento, sulla discontinuità del tempo fertile, sull’eventualità che il corpo non risponda alla nostra volontà di potenza.
L’infertilità non è oggi un’esperienza rara né eccezionale, eppure continua a occupare un luogo marginale nel discorso pubblico, come se fosse un incidente imbarazzante da nascondere sotto il tappeto. Non perché non accada, ma perché non sappiamo come parlarne. O meglio: perché il linguaggio che usiamo per parlare di fertilità non prevede l’eventualità del fallimento e nasconde implicitamente una colpa. Questo scarto produce quindi un paradosso culturale profondo.
Che si tratti di un commento fuori luogo di un professionista in ambito sanitario, di una battuta di una conoscente o di un articolo di giornale, il modo in cui la società racconta l’infertilità può avere un enorme impatto sulle emozioni delle persone coinvolte.
Nei media e nelle conversazioni quotidiane l’infertilità viene spesso incasellata in metafore motivazionali: quella del percorso, della lotta, del viaggio. Immagini apparentemente solidali, che però presuppongono una struttura argomentativa precisa e sbagliata: ogni percorso ha una meta, ogni battaglia un vincitore. «Queste narrazioni», spiega la sociolinguista Vera Gheno, «servono a difenderci dall’idea della casualità. Facciamo fatica ad accettare che molte cose, come una gravidanza, accadano o non accadano per puro caso, senza una causa, senza merito o colpa di nessuno».
Il paradosso si irrigidisce ulteriormente se si guarda alla dimensione di genere. «Quando una coppia non riesce a concepire, la prima a farsi vedere è solitamente la donna, solo dopo arriva l’uomo. Tutto questo passa anche dalla parola. Dal punto di vista linguistico, c’è un grande fraintendimento fra i termini “infertile” e “impotente”: usare le parole giuste serve anche a far capire che una persona può essere sessualmente capace anche se è in una condizione di infertilità», spiega Gheno. Anche il lessico clinico non è neutro: espressioni come “ovaio pigro”, “utero non recettivo” o “fallimento dell’impianto” veicolano metafore di inefficienza e colpa spiccatamente femminile. «Anche il racconto biologico della fecondazione è attraversato da bias», nota Gheno. «Parliamo di spermatozoi eroici e di ovuli passivi, quando in realtà il concepimento è cooperazione».
In questo quadro, il silenzio che circonda l’infertilità non è solo un tabù, ma il prodotto di un linguaggio che non sa spiegare la complessità e non accetta la casualità. La conseguenza è che molto spesso le persone infertili imparano ad evitare certe parole, deviare le conversazioni, interiorizzare formule di responsabilità come “è colpa mia” oppure “ho aspettato troppo”. «Anche in demografia - dichiara Alessandra Minello, demografa e ricercatrice al Dipartimento di Scienze Statistiche all’Università di Padova - la narrazione è fortemente colpevolizzante, soprattutto verso le donne, e spesso attribuisce il calo della fecondità al “ritardo” o a una presunta mancata assunzione di responsabilità individuale. Questo approccio ignora due elementi cruciali: da un lato le condizioni materiali e sociali che rendono difficile, soprattutto in Italia, avere figli, dall’altro il fatto che non avere figli può essere una scelta consapevole e legittima».
Normalizzare il concetto di infertilità non significa trovare parole più gentili o correggere singole espressioni infelici. È necessario uno spostamento culturale, per mettere in discussione l’argomentazione implicita che struttura il discorso sulla fertilità: l’idea che ogni desiderio debba tradursi in un esito, che ogni attesa debba risolversi. Anche concetti apparentemente neutri come “salute riproduttiva” possono essere fuorvianti se presuppongono che la riproduzione, e non il benessere e la salute individuale, sia l’unico obiettivo. «Un esempio interessante è l’inserimento del social freezing all’interno del welfare aziendale del gruppo Diesel: può sembrare un passo avanti ma in realtà è incentrato unicamente sulla fertilità femminile, non sul benessere complessivo della persona» conclude Minello.
«Sostituire il concetto di colpa con quello di caso è il primo passo per attuare questo cambiamento culturale, ma forse dobbiamo partire proprio dal modo in cui viene narrata la maternità e la paternità in generale. Ancora oggi la realizzazione della donna nella nostra società è collegata alla maternità», continua Vera Gheno. La lingua inglese ad esempio distingue i due termini childless e childfree: il primo si riferisce alle coppie che non possono avere figli, mentre childfree indica le persone che scelgono di non averli. «Come si fa a parlare di infertilità se, ancora adesso, gran parte della società pensa che una donna senza figli sia una donna non realizzata? Anche dal punto di vista maschile dobbiamo lavorare a un cambiamento del linguaggio, dal momento che parlare di infertilità è ancora motivo di imbarazzo», conclude Vera Gheno.
Finché continueremo a raccontare la fertilità come una prova da superare e non come un’esperienza incerta dettata dal caso, continueremo a produrre silenzio, colpa e solitudine. Cambiare linguaggio non è un dettaglio: è il primo atto politico e culturale per restituire complessità e dignità alle persone e alle loro scelte.