I costi delle migrazioni sanitarie: curarsi fuori regione costa fino a 5mila euro
di Melissa AgliettiIn totale sono circa 700 mila le persone che migrano da una regione all'altra del Paese per motivi sanitari, in molti casi con tutta la famiglia. Spesso si trovano a dover pagare cifre tra i 3mila e 5mila euro. Costi su cui incidono anche l’elevato prezzo degli alloggi vicino agli ospedali, oltre al prezzo del viaggio e del vitto.
Facendo un giro sulle piattaforme di affitti brevi, c’è qualcosa che salta all’occhio: nelle zone vicine ai poli ospedalieri che attraggono più pazienti da tutta Italia ci sono alloggi che vanno da 300 fino a 900 euro la settimana.
È quasi esclusivamente il mondo delle associazioni, dei volontari e delle fondazioni a farsi carico dei migranti sanitari. Nel frattempo, il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale ha detto che la sua regione non riesce più a sostenere i migranti sanitari che si rivolgono alle sue strutture, con ricadute anche sui tempi delle liste d’attesa. E poi, sempre secondo de Pascale, «il saldo attivo di quanto incassano le regioni che attraggono i cittadini del Sud è un’illusione, perché in realtà ci porta meno soldi di quelli che spendiamo per curare questi pazienti».
Secondo l’ultimo rapporto Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, però, è aumentata la quota di migranti sanitari spinta dalla necessità, più che dalla ricerca della struttura o del medico “d’eccellenza”.
«Quando un napoletano sale su un treno per farsi operare a Brescia o a Padova non è mobilità sanitaria. È l’ammissione che lo Stato ha rinunciato a garantire l’uguaglianza dei diritti», aveva detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci. Eppure si continua a partire e a fare parzialmente da salvagente non c’è la politica, ma associazioni e volontari.
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Facendo un giro sulle piattaforme di affitti brevi, c’è qualcosa che salta all’occhio: nelle zone vicine ai poli ospedalieri che attraggono più pazienti da tutta Italia ci sono alloggi che vanno da 300 fino a 900 euro la settimana.
È quasi esclusivamente il mondo delle associazioni, dei volontari e delle fondazioni a farsi carico dei migranti sanitari. Nel frattempo, il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale ha detto che la sua regione non riesce più a sostenere i migranti sanitari che si rivolgono alle sue strutture, con ricadute anche sui tempi delle liste d’attesa. E poi, sempre secondo de Pascale, «il saldo attivo di quanto incassano le regioni che attraggono i cittadini del Sud è un’illusione, perché in realtà ci porta meno soldi di quelli che spendiamo per curare questi pazienti».
Secondo l’ultimo rapporto Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, però, è aumentata la quota di migranti sanitari spinta dalla necessità, più che dalla ricerca della struttura o del medico “d’eccellenza”.
«Quando un napoletano sale su un treno per farsi operare a Brescia o a Padova non è mobilità sanitaria. È l’ammissione che lo Stato ha rinunciato a garantire l’uguaglianza dei diritti», aveva detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci. Eppure si continua a partire e a fare parzialmente da salvagente non c’è la politica, ma associazioni e volontari.