«Una persona che conosco soffre di un DCA: che cosa posso fare?»
di Melissa AgliettiIn Italia oltre 3 milioni di persone convivono con un disturbo del comportamento alimentare (DCA), un insieme di patologie che si manifestano attraverso comportamenti alimentari disfunzionali e preoccupazioni eccessive per il peso e la forma del corpo. Non si tratta né di un fenomeno marginale né di un problema individuale legato alla “forza di volontà”, ma di una questione di salute pubblica che attraversa generi, età e contesti sociali.
I disturbi del comportamento alimentare possono assumere forme diverse e tendono a intrecciarsi con il modo in cui una persona percepisce se stessa, il proprio valore e il proprio posto nel mondo. Non sono capricci o scelte: sono malattie serie e complesse, che coinvolgono corpo, mente e relazioni.
Per chi sta accanto a una persona che ne soffre può essere difficile capire come comportarsi. Spesso si teme di non avere gli strumenti giusti o di ferire l’altra persona con parole e atteggiamenti sbagliati. In realtà esistono diversi modi per offrire supporto, tenendo sempre presente che amici e familiari non devono – e non possono – sostituirsi ai professionisti.
Informarsi è il primo passo
I disturbi del comportamento alimentare sono in aumento, ma continuano a essere poco conosciuti. Informarsi su come funzionano, sui sintomi e sulle dinamiche relazionali più frequenti aiuta a evitare giudizi, frasi impulsive o strategie improvvisate che rischiano di peggiorare la situazione.
Un DCA non riguarda mai solo il cibo o il peso. Il rapporto difficile con l’alimentazione e la percezione alterata del proprio corpo sono spesso segnali di qualcosa di più profondo.
Le parole contano
Quando si parla con una persona che soffre di un disturbo alimentare, i commenti sul corpo, sul peso o sulle diete possono avere un impatto molto forte, anche se pronunciati con buone intenzioni o “per scherzo”. Non esiste una formula perfetta, ma può essere utile spostare il focus dal corpo alla relazione.
Invece di frasi come «dovresti mangiare di più», può essere più efficace esprimere una preoccupazione autentica: «In questi giorni ho notato che stai mangiando meno e mi sono un po’ preoccupato. Come stai? C’è qualcosa di cui vuoi parlare?». L’obiettivo è aprire uno spazio di dialogo, non chiuderlo.
Gestire insieme la quotidianità
Momenti come fare la spesa, stare a tavola o partecipare a situazioni sociali in cui il cibo è centrale possono essere particolarmente delicati per chi vive con un DCA.
In alcuni casi può essere utile preparare insieme una lista prima di andare al supermercato o accompagnare la persona durante la spesa. Anche i pasti possono essere organizzati in modo condiviso, concordando menù, orari e contesto. Può aiutare, inoltre, evitare conversazioni su calorie, diete o andamento della terapia durante i momenti conviviali.
Nei percorsi di ritorno a un’alimentazione regolare possono comparire anche fastidi fisici legati alla cosiddetta “ri-alimentazione”: in questi casi è fondamentale seguire le indicazioni dei professionisti che accompagnano il percorso di cura.
Ricordare che la persona è più del disturbo
Un rischio frequente per chi sta accanto a una persona con un DCA è ridurre ogni interazione alla malattia: parlare solo di cibo, terapia, sintomi o miglioramenti.
È importante ricordare che la persona esiste al di là del disturbo e che continua ad avere passioni, interessi, progetti e desideri. Organizzare attività che non ruotino attorno al cibo – come fare una passeggiata o andare al cinema – e continuare a coinvolgerla in momenti sociali può aiutare a mantenere vivo il legame, anche sapendo che a volte potrebbe preferire non partecipare.
Il ruolo dei professionisti
Il supporto di un’équipe multidisciplinare è un passaggio fondamentale nel trattamento dei disturbi del comportamento alimentare. Psichiatri, psicologi o psicoterapeuti, nutrizionisti o dietisti con esperienza specifica in DCA lavorano insieme per costruire percorsi di cura adeguati.
Spesso sono proprio familiari e amici a cogliere per primi alcuni segnali del disturbo, quando la persona è ancora in una fase di negazione o minimizzazione. In questi casi è importante non forzare, ma nemmeno far finta di niente: essere presenti e proporre con delicatezza l’idea di un consulto può rappresentare un primo passo importante.
I DCA possono colpire chiunque
Gli stereotipi di genere – come l’idea che i disturbi alimentari siano “una malattia da ragazze” – possono rendere più difficile riconoscere i segnali e chiedere aiuto.
Tra i comportamenti da non sottovalutare ci sono l’allenamento compulsivo, l’ossessione per la massa muscolare, il controllo rigido dei pasti, le abbuffate seguite da condotte di compenso o l’uso di sostanze per modificare il corpo. Anche in questi casi l’approccio comunicativo resta lo stesso: offrire ascolto, informazione e accesso a percorsi di cura adeguati.
Prendersi cura anche di chi si prende cura
Anche chi sta accanto a una persona con un DCA ha bisogno di supporto. Familiari, partner e amici spesso vivono un carico emotivo molto intenso, fatto di ansia, stanchezza, rabbia, senso di colpa e tensione continua.
Prendersi cura di sé non è egoismo, ma una condizione necessaria per poter sostenere l’altra persona nel tempo. Può significare cercare uno spazio di supporto psicologico personale, partecipare a gruppi di auto-aiuto per caregiver o confrontarsi con altre persone che stanno vivendo situazioni simili.
Quando a stare male siamo noi
A volte ci accorgiamo che alcuni comportamenti, pensieri o rituali legati al cibo stanno diventando sempre più presenti nella nostra vita, ma facciamo fatica a riconoscerli come un problema.
Molte persone restano a lungo in una sorta di “zona grigia”, alternando tentativi di controllo fai-da-te e ricadute, con la sensazione di non essere abbastanza “gravi” da meritare aiuto. Parlare con il medico di base, cercare uno specialista con esperienza nei DCA o contattare associazioni che offrono ascolto e orientamento può essere un primo passo concreto verso la guarigione.
Tenere insieme pazienza e speranza
Il percorso di guarigione da un disturbo del comportamento alimentare raramente è lineare. Possono esserci progressi e ricadute, momenti di apertura e fasi più difficili.
Amici e familiari non hanno il compito di “salvare” chi soffre, ma possono contribuire a costruire una rete che non giudica e non si arrende. Una rete capace di ricordare alla persona che la sua vita va oltre il disturbo.
In questo contesto è importante anche il lavoro di associazioni che si occupano di sensibilizzazione e supporto, come Animenta, attiva dal 2021 nel promuovere informazione sui disturbi del comportamento alimentare e nel sostenere chi ne soffre e le loro famiglie. Dalla rete costruita dall’associazione è nato anche il centro specializzato Comestai, che offre percorsi di cura online e in presenza e che non si concentrano solo sul sintomo alimentare, ma anche sulle cause emotive e relazionali che stanno alla base del disturbo.