Sempre più persone lasciano il Sud per curarsi
di Melissa AgliettiFacendo un giro su una delle piattaforme di affitti brevi, c’è qualcosa che salta all’occhio: nelle zone vicine ai poli ospedalieri che attraggono più pazienti da tutta Italia ci sono alloggi che vanno da 300 fino a 900 euro la settimana. In totale sono circa 700mila le persone che migrano da una regione all'altra del Paese per motivi sanitari, in molti casi con tutta la famiglia. Spesso si trovano a dover pagare cifre tra i 3mila e 5mila euro. Costi su cui incidono anche l’elevato prezzo degli alloggi vicino agli ospedali, oltre al prezzo del viaggio e del vitto. A fini fiscali poi, gli alloggi per i migranti sanitari rientrano ancora nella categoria delle case-vacanze.
Di conseguenza, mancano agevolazioni e incentivi per chi affitta, come accade ad esempio in caso di residenzialità protetta o housing sociale. Tra coloro che partono, 320 mila hanno necessità di muoversi perché nella regione di origine non può essere effettuata la prestazione di cui hanno bisogno o perché le liste d’attesa sono lunghe. Le Regioni che attraggono più pazienti sono la Lombardia, l’Emilia Romagna, la Toscana, il Veneto ed il Lazio. In generale, il tempo medio di permanenza è di 7 giorni. Dal Sud e dalle Isole si tende invece ad andarsene. Anzi, in alcune farmacie del Sud vengono addirittura esposti cartelloni informativi sul “turismo solidale”, rivolti a chi pensa di curarsi altrove. Segno di un’esigenza che si fa mercato.
L’associazione A Casa Lontani da Casa si occupa dal 2013 di gestire servizi e alloggi per i migranti sanitari. Alcuni di quelli che fanno parte della loro rete sono messi a disposizione gratuitamente e vengono messi a disposizione anche voucher per trasporti, spesa e beni essenziali. Come associazione fornisce anche assistenza per i familiari e le persone pazienti attraverso uno sportello d’ascolto e offre supporto per le questioni di carattere pratico e psicologico, accompagnando le famiglie prima, durante e dopo la trasferta sanitaria. Spesso, però, come nel caso di altre associazioni, pochi pazienti conoscono questo tipo di servizio.
«Nel momento della diagnosi o della cura, l’attenzione è comprensibilmente tutta concentrata sull’aspetto medico», spiega a VD Laura Gangeri, Presidente di A Casa Lontani Da Casa e Ricercatrice della S.S.D. Psicologia Clinica dell'Istituto Tumori di Milano. «Informazioni pratiche come l’accoglienza, l’alloggio o il supporto quotidiano passano in secondo piano e non sempre vengono comunicate in modo sistematico. Quando però i pazienti scoprono che possono essere aiutati, si rendono conto del ruolo delle case di accoglienza nel rendere il percorso di cura meno pesante». Al momento, A Casa Lontani da Casa mette in rete oltre 100 alloggi solidali. Nel 2024 l’Osservatorio dell'associazione ha registrato che l’istituto Nazionale Dei Tumori di Milano e l’Istituto Neurologico Carlo Besta sono gli ospedali di destinazione di oltre il 50% di chi contatta.
In generale, chi ha un tumore o una malattia rara tende a lasciare di più la propria regione di origine alla ricerca di cure. «Oltre il 60% dei migranti sanitari segnala difficoltà economiche legate a vitto e alloggio», spiega Gangeri. «Questi costi, sommati allo stress della malattia, rischiano di impoverire ulteriormente famiglie già in difficoltà».Intanto è quasi esclusivamente il mondo delle associazioni, dei volontari e delle fondazioni a farsi carico dei migranti sanitari. «Le associazioni svolgono un ruolo essenziale, ma è chiaro che un fenomeno complesso e diffuso come la mobilità sanitaria non può essere affrontato solo grazie all’impegno del Terzo Settore», dice Gangeri. «Servono interventi strutturati e una collaborazione stabile tra istituzioni pubbliche e reti associative, perché l’accoglienza dei pazienti non è un tema accessorio, ma una parte integrante del percorso di cura».
Nel frattempo, il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale ha detto che la sua regione non riesce più a sostenere i migranti sanitari che si rivolgono alle sue strutture, con ricadute anche sui tempi delle liste d’attesa. E poi, sempre secondo de Pascale, «il saldo attivo di quanto incassano le regioni che attraggono i cittadini del Sud è un’illusione, perché in realtà ci porta meno soldi di quelli che spendiamo per curare questi pazienti». Secondo l’ultimo rapporto Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, però, è aumentata la quota di migranti sanitari spinta dalla necessità, più che dalla ricerca della struttura o del medico “d’eccellenza”.
«Quando un napoletano sale su un treno per farsi operare a Brescia o a Padova non è mobilità sanitaria. È l’ammissione che lo Stato ha rinunciato a garantire l’uguaglianza dei diritti», aveva detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci. Eppure si continua a partire e a fare parzialmente da salvagente non c’è la politica, ma associazioni e volontari.