L'Intelligenza Artificiale può farci parlare con i morti
di Tommaso ProverbioL’Intelligenza Artificiale sta sfidando il confine più sacro che conosciamo: la morte.
Oggi non serve più un medium o una seduta spiritica. Bastano foto, messaggi, video e qualche riga di codice per “risuscitare i morti”. Ti rispondono, ti guardano, ti chiamano per nome.
In Cina questo è già un business in piena espansione: con pompe funebri che offrono avatar digitali per i funerali, repliche vocali, chatbot interattivi dei defunti. Anche in Occidente, piattaforme come MyHeritage o progetti fai-da-te mostrano che il fenomeno è alle porte.
Ma secondo l’Università di Cambridge, questo è un campo minato etico ed emotivo. I cosiddetti deadbot potrebbero creare danni psicologici profondi, soprattutto nei soggetti più fragili. Bloccare il processo del lutto. Incatenare chi resta a un’illusione perenne.
E non finisce qui. Perché questi cloni digitali possono diventare strumenti di persuasione, marketing, controllo. Immagina la voce della persona che ami proporti un prodotto, o guidarti verso una scelta di consumo. Non è un film distopico. È una traiettoria concreta.
Dietro la promessa di “rivedere” chi abbiamo perso si nasconde un pericolo enorme: la manipolazione dei sentimenti umani più profondi, piegati alla logica del profitto. Riportare i morti alla “vita” non è un miracolo tecnologico: è un cortocircuito emotivo e culturale che rischia di compromettere il nostro modo di affrontare la perdita, la memoria, la realtà.