I commercianti napoletani boicottano Israele: «il cibo è politica»
di Davide Traglia, Daria VolpeA Napoli cresce il numero di attività commerciali che scelgono di non restare in silenzio di fronte alla tragedia in Palestina. Molte di queste hanno deciso di aderire alla campagna di boicottaggio promossa da BDS Italia, partecipando alla rete degli Spazi Liberi dall’Apartheid Israeliana (SPLAI), dichiarandosi esplicitamente contrari a ogni forma di complicità con il regime di occupazione e apartheid imposto dallo Stato israeliano.
Il punto di svolta è arrivato dopo l'episodio avvenuto presso La Taverna a Santa Chiara, quando la ristoratrice Nives Monda ha avuto un acceso confronto con una coppia di turisti israeliani. Il diverbio, reso virale da un video girato dalla turista, è stato rapidamente strumentalizzato, trasformando la legittima presa di posizione politica della ristoratrice in un'accusa infondata di antisemitismo. Ma, paradossalmente, quella che sembrava una tempesta mediatica si è rivelata una miccia capace di innescare una mobilitazione diffusa.
In segno di solidarietà a Monda, agli altri soci proprietari del ristorante (Potito Izzo, Antonio Russo e Giovanna D’Alonzo) e soprattutto al popolo palestinese, molte realtà napoletane — tra cui la Libreria Tamu, L'Orto va in città, la Macelleria Madonna, Bar Pinotto e numerose altre — hanno aderito alla campagna SPLAI.
Oggi oltre 400 realtà italiane, tra ristoranti, librerie, centri culturali, squadre sportive e associazioni, hanno affisso fuori dai propri locali il manifesto SPLAI, dichiarando pubblicamente la propria opposizione al genocidio in Palestina. Un atto che va oltre l'economia: è una scelta di coscienza, spesso anche a rischio di perdere clientela o subire pressioni.
Napoli ha sempre mostrato una forte vicinanza alle lotte del popolo palestinese, anche per via del suo vissuto storico di marginalità e resistenza.
Oggi via Santa Chiara è diventata un punto nevralgico di questo fronte di resistenza dal basso, dove si incrociano impegno sociale, diritto all’autodeterminazione e rifiuto dell'oppressione. In un mondo sempre più anestetizzato dall’indifferenza, Napoli sceglie di parlare, attraverso un piatto servito con coscienza.
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Il punto di svolta è arrivato dopo l'episodio avvenuto presso La Taverna a Santa Chiara, quando la ristoratrice Nives Monda ha avuto un acceso confronto con una coppia di turisti israeliani. Il diverbio, reso virale da un video girato dalla turista, è stato rapidamente strumentalizzato, trasformando la legittima presa di posizione politica della ristoratrice in un'accusa infondata di antisemitismo. Ma, paradossalmente, quella che sembrava una tempesta mediatica si è rivelata una miccia capace di innescare una mobilitazione diffusa.
In segno di solidarietà a Monda, agli altri soci proprietari del ristorante (Potito Izzo, Antonio Russo e Giovanna D’Alonzo) e soprattutto al popolo palestinese, molte realtà napoletane — tra cui la Libreria Tamu, L'Orto va in città, la Macelleria Madonna, Bar Pinotto e numerose altre — hanno aderito alla campagna SPLAI.
Oggi oltre 400 realtà italiane, tra ristoranti, librerie, centri culturali, squadre sportive e associazioni, hanno affisso fuori dai propri locali il manifesto SPLAI, dichiarando pubblicamente la propria opposizione al genocidio in Palestina. Un atto che va oltre l'economia: è una scelta di coscienza, spesso anche a rischio di perdere clientela o subire pressioni.
Napoli ha sempre mostrato una forte vicinanza alle lotte del popolo palestinese, anche per via del suo vissuto storico di marginalità e resistenza.
Oggi via Santa Chiara è diventata un punto nevralgico di questo fronte di resistenza dal basso, dove si incrociano impegno sociale, diritto all’autodeterminazione e rifiuto dell'oppressione. In un mondo sempre più anestetizzato dall’indifferenza, Napoli sceglie di parlare, attraverso un piatto servito con coscienza.