Sabato pomeriggio, alla Taverna Santa Chiara di Napoli, si è verificato un acceso confronto tra la ristoratrice Nives Monda e una coppia di turisti israeliani presenti nel locale per il pranzo. Le versioni sull’accaduto sono profondamente divergenti. Secondo quanto riportato da Nives Monda, la discussione sarebbe nata da una conversazione tra la turista israeliana e una donna spagnola all’interno del ristorante. La turista avrebbe elogiato Israele, descrivendolo come un Paese bello, sicuro e accogliente. La ristoratrice, in disaccordo, sarebbe intervenuta sottolineando l’esistenza di gravi accuse di crimini da parte di organismi internazionali nei confronti dello Stato israeliano. A quel punto, la turista avrebbe reagito con rabbia, accusandola di antisemitismo e di sostenere il terrorismo.

 

Di tutt’altra natura la versione della turista, secondo cui stava semplicemente parlando degli aspetti turistici del proprio Paese, senza alcun riferimento politico. Sostiene che la ristoratrice l’avrebbe aggredita verbalmente, urlando all’improvviso la parola «genocidio». L’episodio ha avuto una vasta eco mediatica, amplificata dalla diffusione di un video registrato dai turisti e pubblicato sui social. Il filmato ha scatenato un acceso dibattito online: c’è chi ha accusato la ristoratrice di antisemitismo e chi, invece, ha elogiato il suo coraggio e la sua coerenza nel sostenere la causa palestinese. D’altronde, all’interno del locale è esposto un manifesto che chiarisce la posizione politica di Nives Monda: condanna della politica israeliana di occupazione e apartheid, adesione alla campagna «Spazi Liberi dall’Apartheid Israeliana» e un richiamo al diritto internazionale sistematicamente violato da Israele.

«I sionisti non sono i benvenuti», il poster affisso su un'edicola dismessa a Napoli

Numerosi cittadini, attivisti e realtà sociali napoletane hanno espresso solidarietà alla ristoratrice, organizzando un presidio davanti al locale e scegliendo di pranzare da lei in segno di supporto. In molti hanno anche esibito adesivi con lo slogan «Per Gaza» e la scritta «Zionists not welcome», che saranno distribuiti agli esercenti interessati ad aderire alla campagna. Nel frattempo, la Procura di Napoli ha chiesto l'archiviazione della denuncia presentata dalla coppia di turisti contro la ristoratrice: il pm non ha ravvisato elementi per procedere nell'indagine per discriminazione e antisemitismo. La vicenda riporta al centro del dibattito una questione spesso strumentalizzata: la distinzione tra antisionismo e antisemitismo. Troppo spesso, chi critica l’ideologia sionista – concretizzatasi in uno Stato che da decenni occupa brutalmente i territori palestinesi – viene accusato di odio verso gli ebrei. Questa confusione, tuttavia, è non solo infondata, ma anche profondamente pericolosa.

 

Essere antisionisti significa opporsi a un progetto politico che fin dalle sue origini ha ignorato i diritti delle popolazioni autoctone della Palestina. Non implica alcun odio verso il popolo ebraico né nega il diritto degli ebrei all’esistenza. Vuol dire, invece, rifiutare una visione suprematista che giustifica occupazione, apartheid e, nel caso attuale di Gaza, quello che molti definiscono apertamente un genocidio. Molti ebrei, in Israele e nel mondo, si dichiarano antisionisti. Si oppongono all’occupazione e ai crimini di guerra, partecipano a movimenti pacifisti e denunciano la violenza e la pulizia etnica. Sono ebrei, sono antisionisti, e non sono affatto antisemiti.

 

Nonostante ciò, chiunque contesti il sionismo viene etichettato automaticamente come nemico degli ebrei. È una strategia collaudata: usare l’accusa di antisemitismo per silenziare le denunce contro le politiche israeliane. Una forma di censura funzionale alla difesa di un governo che ha fatto della violenza sistemica la propria dottrina. Il punto non è negare il diritto all’esistenza di Israele, ma rifiutare che tale diritto passi attraverso la negazione, lo sterminio e l’espulsione di un intero popolo. È ciò che accade da oltre settantacinque anni e che oggi, sotto il governo Netanyahu, si manifesta in modo particolarmente brutale: bombardamenti, assedi, carestie indotte, massacri. Riconoscere tutto questo significa schierarsi dalla parte della giustizia, non contro un popolo.

 

Oggi più che mai è necessario ribadire con forza: essere antisionisti non significa essere antisemiti. Lo dice la storia, lo dicono le voci ebraiche critiche, lo gridano le immagini che arrivano da Gaza. Chi afferma il contrario, chi riduce ogni critica al governo israeliano a un atto di odio verso gli ebrei, contribuisce – consapevolmente o no – a normalizzare l’orrore.