Vivere sotto occupazione: un reportage tra i palestinesi della Cisgiordania
di Giuseppe RosaIssa Amro, Sami Huraini e Yousef Awad sono tre palestinesi che in Cisgiordania resistono con la non violenza all’occupazione israeliana.
Issa vive a Hebron, dove, dice, «si capisce cos’è l’apartheid». La città è l’unica ad avere un grande insediamento israeliano dentro i propri confini ed è spaccata in due: la zona H1, sotto l’Autorità Nazionale Palestinese, e la zona H2, controllata da Israele. Issa vive in quest’ultima, tra coloni armati, soldati israeliani e altri palestinesi che, come lui, hanno scelto di restare, anche se questo significa aggressioni, controlli a ogni spostamento, coprifuoco.
«Nella stessa città ci sono due leggi: quella civile per gli israeliani e quella marziale per noi», spiega, «se un bambino israeliano e uno palestinese litigano e si fanno male, il primo torna a casa, l’altro viene arrestato».
L’occupazione in Cisgiordania è silenziosa, non deve far notizia, ma avanza di metro in metro. I coloni salgono sulle colline, costruiscono una casa, piantano una bandiera israeliana. Poi arrivano altre case e nasce un avamposto che col tempo diventa insediamento. Ciò è illegale per il diritto internazionale, ma autorizzato dal governo israeliano e incentivato da ministri come Smotrich e Ben Gvir, che sono loro stessi coloni.
«Dopo il 7 ottobre molti coloni sono diventati soldati», racconta Sami Huraini, che vive ad At-Tuwani, uno dei villaggi di Masafer Yatta, poco a sud di Hebron. Con l’inizio delle operazioni a Gaza, molti riservisti sono stati chiamati al fronte e ai coloni è andato il compito di mantenere l’ordine nei territori occupati, così girano per le strade armati di fucile e con l’arroganza di chi ha la certezza dell’impunità. Se un palestinese subisce un’aggressione deve denunciarla a soldati che spesso sono anche coloni, e dunque sa già come andrà a finire.
Yousef Awad, invece, vive a Jenin, la città più indomita della Cisgiordania. Lì ha fondato il Creative Cultural Centre, dove insegnava anche il diritto internazionale quando era qualcosa in cui credeva. Ora si scusa con gli studenti e dice «il diritto vale solo per alcuni, ma non per noi».
Oggi sono almeno 700mila i coloni israeliani che vivono in Cisgiordania, alcuni insediamenti sono diventati città, i confini sono saltati e la cosa più difficile adesso è tornare indietro.
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Issa vive a Hebron, dove, dice, «si capisce cos’è l’apartheid». La città è l’unica ad avere un grande insediamento israeliano dentro i propri confini ed è spaccata in due: la zona H1, sotto l’Autorità Nazionale Palestinese, e la zona H2, controllata da Israele. Issa vive in quest’ultima, tra coloni armati, soldati israeliani e altri palestinesi che, come lui, hanno scelto di restare, anche se questo significa aggressioni, controlli a ogni spostamento, coprifuoco.
«Nella stessa città ci sono due leggi: quella civile per gli israeliani e quella marziale per noi», spiega, «se un bambino israeliano e uno palestinese litigano e si fanno male, il primo torna a casa, l’altro viene arrestato».
L’occupazione in Cisgiordania è silenziosa, non deve far notizia, ma avanza di metro in metro. I coloni salgono sulle colline, costruiscono una casa, piantano una bandiera israeliana. Poi arrivano altre case e nasce un avamposto che col tempo diventa insediamento. Ciò è illegale per il diritto internazionale, ma autorizzato dal governo israeliano e incentivato da ministri come Smotrich e Ben Gvir, che sono loro stessi coloni.
«Dopo il 7 ottobre molti coloni sono diventati soldati», racconta Sami Huraini, che vive ad At-Tuwani, uno dei villaggi di Masafer Yatta, poco a sud di Hebron. Con l’inizio delle operazioni a Gaza, molti riservisti sono stati chiamati al fronte e ai coloni è andato il compito di mantenere l’ordine nei territori occupati, così girano per le strade armati di fucile e con l’arroganza di chi ha la certezza dell’impunità. Se un palestinese subisce un’aggressione deve denunciarla a soldati che spesso sono anche coloni, e dunque sa già come andrà a finire.
Yousef Awad, invece, vive a Jenin, la città più indomita della Cisgiordania. Lì ha fondato il Creative Cultural Centre, dove insegnava anche il diritto internazionale quando era qualcosa in cui credeva. Ora si scusa con gli studenti e dice «il diritto vale solo per alcuni, ma non per noi».
Oggi sono almeno 700mila i coloni israeliani che vivono in Cisgiordania, alcuni insediamenti sono diventati città, i confini sono saltati e la cosa più difficile adesso è tornare indietro.