Fede e omosessualità. Il viaggio di Diego Passoni, dal monastero al pride

La prima volta che salì sul palco di un Pride, parlando della sua fede religiosa, Diego Passoni fu fischiato: eppure portava l’esperienza di molte persone queer che, al di là delle contraddizioni, esercitano la loro spiritualità cercando una Chiesa che li rappresenti, anche fuori dal cattolicesimo.
Ora che è passato qualche anno da quei fischi, torna a interrogarsi (e interrogarci) sulle altre contraddizioni di una manifestazione spesso tacciata di rainbow-washing, accusata di dipendere da troppi marchi (che a loro volta dipendono dai governi di turno), e che forse ha perso la sua spinta alla lotta, lasciando solo il desiderio di festa.

Eppure nel 2008, a proposito di grandi marchi, aveva assistito dall’interno alla chiusura del canale satellitare GAY.tv – sul quale nessun brand voleva trasmettere la propria pubblicità: un peccato, dal momento che la rete aveva iniziato a proporre un tipo alternativo di televisione, plurale, dove ogni conduttore e ogni conduttrice era invitata a fare il proprio coming out, anche eterosessuale.

Quella dichiarazione pubblica significò, per Diego, anche una dichiarazione privata, alla sua famiglia – che lo aveva riaccolto a casa, ventunenne, dopo due anni di monastero in Francia: «gli anni più belli della mia vita» dice adesso, «in cui ero pronto a tutto – al sacrificio, alle opere, alla preghiera. Quando ho capito di essere omosessuale mi hanno detto: resta, ce ne sono molti come te».
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