Mentre a Roma andava in scena il Pride cittadino, tra mille polemiche per via di sponsor coinvolti nel boicottaggio anti-Israele, a Tel Aviv la marcia arcobaleno, una delle più note al mondo, veniva annullata. Le motivazioni sono legate ai rischi per la sicurezza: la città è da giorni obiettivo dei lanci missilistici iraniani, iniziati dopo che Israele ha dato il via, nella notte tra giovedì e venerdì scorso, ad attacchi contro siti nucleari e leader militari iraniani, causando anche centinaia di vittime civili.

Non erano invece riuscite a fermare il Pride di Tel Aviv le critiche internazionali, che accusavano l’evento di ignorare lo sterminio dei palestinesi a Gaza, distante appena 70 km dalla città. È noto che il governo israeliano faccia leva sulla sua (parziale) apertura ai diritti LGBTQ+ come strumento di propaganda, soprattutto mentre cresce la pressione internazionale per fermare quella che in molti definiscono un genocidio in corso.

In questo senso, è diventata emblematica un'immagine pubblicata a novembre 2023 dai canali istituzionali israeliani: mostrava il soldato Yoav Atzmoni con una bandiera arcobaleno tra le macerie di Gaza. La didascalia recitava: «La prima bandiera arcobaleno mai issata a Gaza». Il cortocircuito simbolico di quell’immagine è stato analizzato dal Guardian in un’intervista a Phillip Ayoub, docente di relazioni internazionali alla University College London, esperto di politica e diritti LGBTQ+. Ayoub ha parlato di «disallineamento cognitivo nel vedere, accanto alla bandiera, le macerie delle case distrutte», definendo il gesto una «violazione enorme per chi ha lottato per quei diritti».

Eppure, la marcia arcobaleno del 16 giugno non era stata messa in discussione. Perché? Intervistato da Gay.it, il giornalista e attivista Nicolae Galea, residente a Roma e presente alla Pride Week israeliana, ha affermato che sarebbe «profondamente ingiusto accusare Israele di pinkwashing, come se promuovere i diritti LGBT fosse una colpa o un diversivo». «Qui non si tratta di marketing: si tratta di vite – continua Galea – Di centri di ascolto, di rifugi per giovani cacciati da casa, di volontari che salvano esistenze ai margini». Il paragone è con Gaza e i Paesi arabi, dove «non esistono queste strutture. E a Gaza, essere omosessuali significa essere impiccati».

Tuttavia, le bombe israeliane uccidono anche i palestinesi queer, esattamente come il resto della popolazione. E chi, tra loro, cerca asilo in Israele? Come documentato da diverse organizzazioni per i diritti umani, molti si scontrano con ostilità, razzismo e ostacoli burocratici. Un’inchiesta di +972 Magazine ha denunciato la sistematica esclusione dei palestinesi queer dall’assistenza sanitaria e dal diritto al soggiorno, esponendoli a abusi e sfruttamento.

Se da un lato il governo Netanyahu promuove l’inclusione LGBTQ+, dall’altro include figure che si definiscono «fascisti omofobi», come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, e taglia i fondi alle ONG LGBTQ+. Galea lo conferma: «Lo fanno in silenzio, per non lavorare attivamente per la comunità». I tagli colpiscono soprattutto gli arabi israeliani, ossia palestinesi con cittadinanza israeliana. Anche qui, emerge un doppio standard: l’apertura esiste, ma non per tutti.

Tra le 200mila persone che hanno partecipato al Roma Pride, c’era anche Vladimir Luxuria, volto storico della comunità LGBTQ+ italiana. In un video pubblicato su Instagram, ha dichiarato che il Pride di Tel Aviv sarebbe dovuto essere un’occasione per denunciare il governo Netanyahu. «C’è un problema di diritti di gay, lesbiche e trans in Palestina e nei Paesi musulmani, sarebbe ipocrita non dirlo – ammette Luxuria – ma c’è un diritto civile che è prioritario, ed è il diritto alla vita. E io che me ne faccio di un Governo che mi consente di fare un Pride, ma poi va a sterminare bambini, donne, uomini, anziani nella Striscia di Gaza?», si domanda. «Io voglio rimanere umana anche in questa occasione».