«Sono stanco del sesso occasionale, ma sembra che la gente voglia solo andare a letto con chiunque senza impegnarsi mai», mi racconta Andrea, 25 anni. «Forse però, in fin dei conti, alimento il sistema che critico: in certi periodi apro Grindr e vado a casa di qualcuno per poi pentirmene».

Negli ultimi anni, la dating fatigue – ovvero la sensazione di aver speso troppa energia e tempo sulle app d’incontri senza risultati soddisfacenti è diventata sempre più comune. Ma all’interno della comunità gay (bisex e queer) una parte di uomini single sembra vivere questa frustrazione in modo particolarmente acuto. Molti sono entrati in una fase della vita in cui cercano qualcosa di più profondo, ma non sentono di avere alternative. Sono stanchi delle dinamiche legate al sesso occasionale tramite app, eppure non riescono davvero ad allontanarsene.

La storia di Andrea ne è un esempio: come riporta il saggio “Ce que Grindr a fait de nous”, del giornalista Thibault Lambert, il 77% degli utenti Grindr si dichiara insoddisfatto. Quindi la domanda sorge spontanea: perché allora non cancellarla? A molti succede di continuo, ma poi finiscono per riutilizzarla anche quando si sono ripromessi di non farlo, entrando in un loop.

Questo succede anche con app meno sessualizzate come Hinge, ma Grindr ha una forza attrattiva maggiore: è la più utilizzata al mondo tra gli uomini gay, veloce e diretta. Nata come una sorta di cruising digitale, oggi ospita ogni tipo di utente: da chi cerca sesso immediato a chi vuole semplicemente fare due chiacchiere.

«Il mio rapporto con le app si alterna tra presenza costante a sparizione totale, a seconda di cosa cerco in quel periodo», racconta Luca, 31 anni. «Grindr è l’app più diffusa, quindi è difficile starne lontani». Le sue parole risuonano ancora di più per chi vive lontano dalle grandi città o non frequenta luoghi di aggregazione. «Io esco molto poco, non sono una persona particolarmente espansiva. Grindr è banalmente l’unico strumento che ho non solo per fare sesso, ma anche per conoscere gente», mi dice un altro Luca, 35 anni.

Allontanarsi quindi totalmente dalle app spesso appare, se non anacronistico, praticamente impossibile. Anche se non è sempre facile frequentarle: «c’è chi ti blocca appena rispondi con gentilezza che non sei interessato, chi reagisce con insulti, e chi ti risponde che in realtà non era interessato nemmeno lui», mi racconta Paolo, 36 anni.

Rossana Carenzi è una medica, psicoterapeuta e sessuologa, con una lunga esperienza nella comunità queer. Mi dice che spesso l’utente delle app di dating si ritrova a confrontarsi con «una versione poco piacevole di sé» che fa ghosting, scrolla continuamente, ignora i messaggi. È un esempio di quello che potremmo chiamare in gergo “elitismo paradossale”: si critica un sistema, ma si continua ad adottarne i comportamenti o le logiche.

«Si tratta di un’esperienza sgradevole, ma quando davanti a te hai una disponibilità quasi infinita di persone, diventa inevitabile selezionare», mi spiega Carenzi. «Il problema però è come si seleziona: è l’utente stesso a “imbruttirsi” nell’uso dell’app, fino a provare una forma di rigetto». Non sorprende quindi che negli ultimi tempi si sia registrato un calo nell’uso delle app di dating e si siano attuati i primi tentativi di ripensarne il design.

Da una prospettiva sex positive – come ho scritto ampiamente in questo articoloil sesso occasionale è una grande opportunità, può essere bellissimo, ma dipende anche da tanti fattori, e dalle condizioni che lo rendono possibile. Molti degli uomini gay con cui ho parlato non criticano il sesso occasionale in sé, ma le modalità spersonalizzanti con cui avviene tramite le app. «Si basa tutto su info superficiali» dice Luca, 35 anni, «e le foto fanno il 70% del lavoro».

«Il rischio è che entri in gioco una compulsione, una ripetizione automatica del gesto, proprio perché il bisogno non è chiaro», continua Carenzi. «E così si crea una sorta di coazione a ripetere: continuo a usare l’app senza sapere veramente che cosa sto cercando».

Alcuni incontri, o meglio le reazioni che suscitano, sembrano confermarlo. «Una volta un ragazzo mi ha invitato nel suo appartamento, mi ha dato tutte le indicazioni per arrivare fino alla sua stanza, e si è fatto trovare a pancia in giù, con il sedere all’aria e la testa coperta», mi racconta sempre Paolo, 36 anni. «Ero ubriaco ed eccitato, quindi per qualche minuto abbiamo fatto sesso, ma poi mi sono sentito male: sembravamo due animali. Ho disinstallato l’app subito dopo».

Ovviamente non vale per tutti, ma il sesso con uno sconosciuto, basato solo su qualche foto e due messaggi, per alcuni può risultare vuoto, o diventarlo col tempo. Ma allora perché continuare?

La risposta è complessa, stratificata, e non univoca. Per alcuni ha a che fare con un sistema capitalista che ha trasformato anche le relazioni in merce. Per altri, come Francesco, 27 anni, deriva da una sorta di «FOMO dello scopare», collegata a «un’educazione performativa»: l’idea che un uomo che fa tanto sesso è un uomo di successo.

«Sicuramente una persona che scopa tanto è molto ben vista, una che scopa poco è particolarmente sfigata», mi racconta Luca, 35 anni. «Lo dimostra per esempio The Blowers... si basa sulle recensioni degli altri utenti».

«Le app amplificano tutto questo», dice ancora Carenzi. «Ti mettono davanti un vero e proprio catalogo umano, dove l’implicito è: “se sei qui, sei disponibile”». Il rischio è che, a un certo punto, tutto ruoti obbligatoriamente intorno al sesso.

«A volte entri su Grindr perché cerchi sesso, altre volte perché vuoi parlare con qualcuno, altre ancora non lo sai nemmeno», mi dice ancora Andrea.

Per Umberto, 26 anni, le app di dating sono uno strumento molto utile: aiutano a cercare il contatto con l’altro, somiglianza, offrono più possibilità. «Dipende da come usi la piattaforma e da come decidi di rapportarti agli altri», mi spiega. «Siamo fatti anche di corpo, desiderio, bisogno di calore, di un contatto immediato. E metti che poi quel sesso sia pure bellissimo, e da lì nasca qualcosa di più? In fondo, è sempre una scommessa».

Questa scommessa però è probabilmente il più grande fraintendimento, forse il nodo centrale del discorso: da “una botta e via” è più probabile che non nasca una frequentazione con un certo grado di intimità, o un grande amore, perché semplicemente i presupposti non lo prevedevano. «Il rischio è proprio questo: ti porti dietro delle aspettative di cui non sei pienamente consapevole, che poi molto probabilmente verranno deluse», continua Carenzi.

In questo senso, quindi, è innanzitutto utile accrescere il senso di responsabilizzazione a monte, capire per cosa si decide di aprire l’app: voglio fare semplicemente sesso? Vorrei comunque che avesse un certo grado di intimità? Sto cercando del sesso ma in realtà spero che si possa trasformare in una relazione?

Prima di vedere qualcuno, poi, non basta farsi due calcoli da soli: è importante dichiarare le proprie intenzioni all’interlocutore, e chiedergli le sue. «Cerco sesso senza impegno», «Cerco sesso senza impegno, ma ci possiamo fare una birra», «Mi piacerebbe andare a cena, non cerco solo sesso. Tu?»

Si tratta di fare un piccolo esame di coscienza su ciò che si desidera davvero, di comunicarlo in modo onesto e continuare a farlo anche dopo il primo contatto, se ce ne saranno degli altri.

«Certo, questo espone al rischio del rifiuto più emotivo, umano, come in ogni relazione, ma è anche l’unico modo per costruire qualcosa di più autentico. Mettersi in gioco relazionalmente è sempre un rischio, ma è anche un’occasione di crescita», conclude Carenzi.