«La cucina italiana è una cucina di migranti»

Nelle ultime settimane il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO è diventato terreno di scontro politico. La destra lo ha trasformato in un simbolo identitario, con Giorgia Meloni che dal palco di Atreju ha accusato la sinistra di non saper mai gioire e di mangiare “da una settimana dal kebabbaro”. Una battuta che dice molto più del clima che circonda questa vicenda che del cibo in sé.

Al di là della propaganda, però, viene da chiedersi: che cosa intendiamo davvero quando parliamo di “cucina italiana”? Un insieme compatto di ricette antiche e immutabili, oppure qualcosa di molto più complesso, fluido e contraddittorio? Storici e studiose dell’alimentazione ricordano da tempo che l’idea di una tradizione culinaria unica, trasmessa intatta nei secoli, è in larga parte una costruzione recente. La cucina che conosciamo è fatta di scambi, migrazioni, povertà, adattamenti continui e contaminazioni culturali. Per questo abbiamo deciso di parlarne con Nives Monda, ristoratrice e attivista, che a Napoli porta avanti da anni la Taverna a Santa Chiara, osteria storica e popolare.
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