Martedì 13 maggio, alle 12:07, una nuova scossa ha fatto tremare i Campi Flegrei. Magnitudo 4.4, con una profondità tra i 2 e i 3 chilometri. In poche ore si sono registrate 35 scosse, tre delle quali superiori a magnitudo 3. L’ennesimo segnale di un territorio che continua a muoversi sotto ai piedi di chi lo abita. Eppure, la risposta delle istituzioni resta sempre la stessa, sospesa tra fatalismo, appelli alla resilienza e una pericolosa deresponsabilizzazione.

«Bisogna abituarsi a convivere con il fenomeno». Una frase diventata un mantra, un invito a cavarsela da soli, senza un piano concreto e strutturato. Una rinuncia da parte dello Stato al suo ruolo di garante della sicurezza dei cittadini. I cittadini sono lasciati soli. I segnali di ripresa del bradisismo erano evidenti già a metà 2024. Tuttavia, solo a dicembre 2024 il ministro Musumeci ha firmato i provvedimenti per attivare i contributi statali. Norme complesse e poco accessibili. Infatti, spetta ai cittadini attivarsi per le verifiche sismiche, tramite gli amministratori di condominio, e sostenere buona parte dei costi. Il governo copre solo il 50% delle spese e solo per le prime case, escludendo così molte abitazioni.

Ad aprile 2025, l’area ha registrato 476 terremoti. Il suolo si è alzato di 27 centimetri da gennaio, 1,45 metri negli ultimi vent’anni. Eppure, il piano d’intervento resta debole: nessuna messa in sicurezza reale, solo decreti e annunci. Proprio in quest’area si è rilanciato un progetto di “rigenerazione urbana” sull’ex sito Italsider. Un paradosso, considerando che la zona è inserita nella mappa della crisi bradisismica. Il rischio di nuova cementificazione in un territorio instabile è serio.

È chiaro che il sistema attuale non funziona: affronta ogni scossa come un evento isolato, invece di governare il fenomeno con una visione strategica. Si continua a preferire il risarcimento post-evento alla prevenzione. Il terremoto ai Campi Flegrei non è un’eccezione, è una costante. Trattarlo come un’emergenza episodica serve solo a mascherare l’assenza di politiche strutturali. Gli appelli alla resilienza suonano sempre più come un invito ad arrangiarsi. Serve un piano di emergenza serio, controlli antisismici sistematici e una vera messa in sicurezza degli edifici. Serve la presenza dello Stato. Non la sua assenza.