I social sono pieni di fake news
di Davide TragliaNegli ultimi giorni ha fatto discutere il caso del video di Alessandro Barbero sul referendum, la cui diffusione su Facebook è stata limitata dopo un fact-checking del giornale Open, che lo ha etichettato come contenente informazioni false. Molti hanno evidenziato quanto sia pericoloso intervenire in questo modo su un contenuto di opinione e le stesse testate che di fact-checking si occupano professionalmente, come Pagella Politica e Facta, hanno preso le distanze dalla quella scelta.
Come spiega Pagella Politica, “Barbero descrive correttamente molte caratteristiche del sistema attuale e della riforma, ma le conclusioni più allarmistiche, sul ritorno a un controllo politico della giustizia simile a quello di uno Stato autoritario, rientrano nel campo delle opinioni politiche e delle previsioni sugli effetti futuri della riforma, non in quello dei fatti verificabili oggi”. Il nodo, quindi, è il metodo: trattare un’opinione politica, per quanto discutibile o sbilanciata, come un elenco di affermazioni vere o false da etichettare. Anche perché le stesse considerazioni vengono espresse ogni giorno da partiti e politici contrari alla riforma, senza che questi contenuti vengano limitati o segnalati.
Il problema non è schierarsi con o contro le idee di Barbero, ma approfittarne finalmente per prendere atto di una stortura enorme: piattaforme private, governate da algoritmi opachi, decidono cosa vediamo e cosa no, limitano le opinioni di Barbero, ma permettono che sulla piattaforma circolino contenuti falsi, immagini generate artificialmente, post razzisti o violenti, fake news su politici e personaggi pubblici (come Fabio Fazio che promuove investimenti finanziari o alla bufala di Geppi Cucciari “arrestata e picchiata in diretta”).
Come utenti abbiamo una responsabilità: capire come funzionano questi meccanismi, verificare, diffidare dei titoli urlati. Noi di VD continueremo a occuparcene, analizzando casi concreti e strumenti utili a riconoscere la disinformazione, perché ad oggi l’unica vera difesa è non lasciare che siano gli algoritmi o la rabbia a decidere per noi in che cosa credere.
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Come spiega Pagella Politica, “Barbero descrive correttamente molte caratteristiche del sistema attuale e della riforma, ma le conclusioni più allarmistiche, sul ritorno a un controllo politico della giustizia simile a quello di uno Stato autoritario, rientrano nel campo delle opinioni politiche e delle previsioni sugli effetti futuri della riforma, non in quello dei fatti verificabili oggi”. Il nodo, quindi, è il metodo: trattare un’opinione politica, per quanto discutibile o sbilanciata, come un elenco di affermazioni vere o false da etichettare. Anche perché le stesse considerazioni vengono espresse ogni giorno da partiti e politici contrari alla riforma, senza che questi contenuti vengano limitati o segnalati.
Il problema non è schierarsi con o contro le idee di Barbero, ma approfittarne finalmente per prendere atto di una stortura enorme: piattaforme private, governate da algoritmi opachi, decidono cosa vediamo e cosa no, limitano le opinioni di Barbero, ma permettono che sulla piattaforma circolino contenuti falsi, immagini generate artificialmente, post razzisti o violenti, fake news su politici e personaggi pubblici (come Fabio Fazio che promuove investimenti finanziari o alla bufala di Geppi Cucciari “arrestata e picchiata in diretta”).
Come utenti abbiamo una responsabilità: capire come funzionano questi meccanismi, verificare, diffidare dei titoli urlati. Noi di VD continueremo a occuparcene, analizzando casi concreti e strumenti utili a riconoscere la disinformazione, perché ad oggi l’unica vera difesa è non lasciare che siano gli algoritmi o la rabbia a decidere per noi in che cosa credere.