Viviamo in una società che finge di ignorare la morte, ma che al contempo conserva tutto di noi. Il nostro corpo può decomporsi, ma la nostra identità digitale resta lì: intatta, replicabile, riutilizzabile. Quasi immortale. Oggi la morte non segna più la fine del nostro essere nel mondo. Continua a esistere, spesso senza controllo, nella nube disordinata dei nostri dati digitali. Si muore biologicamente, ma non si smette di esistere online. Ed è esattamente per questo che serve una nuova forma di consapevolezza giuridica e culturale: il testamento digitale.

Il cimitero digitale che ci circonda

Ci sono milioni di profili social di persone decedute. Su Facebook, Instagram, TikTok, YouTube: le piattaforme sono popolate da fantasmi digitali. In certi casi ci si prova a conviverci — c’è chi conserva i profili dei cari estinti come monumenti digitali, chi ne vorrebbe la cancellazione. Ma chi ha diritto di decidere? In assenza di una volontà espressa, effettivamente nessuno. Il risultato è che le nostre tracce digitali post mortem vengono espropriate e gestite secondo la logica opaca delle piattaforme. La nostra vita online dopo la morte, che abbiamo costruito per anni, può trasformarsi in un incubo per chi resta — e in un’occasione di lucro o abuso per chi è in grado di accedervi. Serve un nuovo strumento politico e giuridico: il testamento digitale.

Di cosa stiamo parlando esattamente?

Un testamento digitale è un documento — legale o formale — in cui decidiamo cosa deve succedere alla nostra identità online dopo la morte. A chi affidare le password, quali contenuti digitali conservare, cosa eliminare, chi potrà accedere a un certo account online e con quali finalità. Parliamo di profili social come Instagram o LinkedIn, di account email, messaggistica come WhatsApp o Telegram, cloud storage, ma anche di wallet di criptovalute, siti personali, canali YouTube, contenuti professionali o artistici. E naturalmente, delle password che permettono di accedere a tutto questo. Non parliamo solo di beni digitali patrimoniali (bitcoin, account di trading, NFT): parliamo della nostra memoria digitale, delle nostre relazioni, della nostra voce.

Una legislazione che non c’è

Ad oggi, in Italia, non esiste una legge sull’eredità digitale. Il tema è trattato solo marginalmente nel Codice della Privacy (D.lgs. 196/2003), che consente a chi ha un interesse legittimo sui dati del defunto di esercitare alcuni diritti (ma solo in assenza di divieto espresso). Il GDPR non disciplina i dati dei deceduti, lasciando il tema alle normative nazionali.
Lo ha evidenziato anche il Consiglio Nazionale del Notariato: il quadro giuridico è insufficiente. Il rischio? Una giungla di controversie, sia affettive che patrimoniali, aggravata dal fatto che molte piattaforme hanno sede legale fuori dall’UE.

Una questione politica, non solo burocratica

Il testamento digitale non è una banale formalità: è un tema politico, culturale, ed etico. È una questione che riguarda l’autodeterminazione digitale, l’accesso alle memorie, la gestione del lutto online. Senza un’indicazione esplicita, gli eredi possono trovarsi in disaccordo. Il rischio di contese è reale, e amplificato dalla difficoltà di accesso a contenuti protetti (password, autenticazione 2FA, criptazione, ecc). Inoltre, il rischio di abusi post mortem non è remoto. Account hackerati. Immagini utilizzate in modo improprio. Cloni digitali. Addirittura deepfake di persone decedute. Chi può impedirlo, se nessuno ha lasciato istruzioni precise?

Death cleaning digitale: come farlo, da vivi

Servirebbe iniziare a trattare i nostri dati come trattiamo le nostre proprietà materiali. Una sorta di “death cleaning digitale”, dove selezioniamo cosa vogliamo che sopravviva e cosa vogliamo far sparire con la nostra morte. Un testamento digitale dovrebbe contenere un inventario dei beni digitali, l’indicazione di un fiduciario digitale, istruzioni per ogni account o contenuto, un documento legale firmato, e un backup criptato delle credenziali. Il Consiglio Nazionale del Notariato italiano ha recentemente pubblicato un decalogo per orientarsi, disponibile sul loro sito.

Smart contract e blockchain: la nuova frontiera

Un altro scenario già in sperimentazione riguarda i testamenti digitali su blockchain, tramite smart contract. Si tratta di testamenti automatizzati, immutabili e verificabili, che possono essere eseguiti al verificarsi di condizioni come la certificazione del decesso. Oggi la blockchain è già utilizzata nella trasmissione di criptovalute e beni digitali ad alto valore, ma potrebbe presto includere anche archivi personali e contenuti affettivi. Non è fantascienza: è già realtà. Ed è una realtà che ci interpella.

Una battaglia culturale

Parlare di morte resta un tabù. Parlare di morte digitale lo è ancora di più. Ma è solo prendendo consapevolezza di questa nuova dimensione che possiamo tornare ad avere potere sulla nostra memoria online, sul nostro archivio, sul nostro modo di essere ricordati. È un tema che come VD News abbiamo affrontato anche in un reportage con Davide Sisto, filosofo esperto di tanatologia digitale. Sisto ci invita a riflettere su ciò che accade alla nostra identità online dopo la morte: quanto può aiutare, o al contrario ostacolare, l’elaborazione del lutto una presenza digitale eterna? Chi decide cosa merita di sopravvivere, e cosa invece andrebbe lasciato andare? Domande che ritornano anche nel podcast Digital Requiem, prodotto dal Post, che parte dalla storia vera di Leonardo Fabbretti e del tentativo di accedere all’iPhone del figlio morto per recuperare i suoi ricordi. Una vicenda che ha messo in luce i limiti della legislazione e le contraddizioni delle piattaforme tecnologiche. Il podcast affronta con profondità il nodo dell’eredità digitale, della privacy post-mortem e del diritto a ricordare. Il testamento digitale non è un gesto burocratico. È un atto radicale di autodeterminazione.