Testamento digitale: come farlo e perché dobbiamo decidere ora sul futuro dei nostri dati
di Tommaso ProverbioViviamo in una società che finge di ignorare la morte, ma che al contempo conserva tutto di noi. Il nostro corpo può decomporsi, ma la nostra identità digitale resta lì: intatta, replicabile, riutilizzabile. Quasi immortale. Oggi la morte non segna più la fine del nostro essere nel mondo. Continua a esistere, spesso senza controllo, nella nube disordinata dei nostri dati digitali. Si muore biologicamente, ma non si smette di esistere online. Ed è esattamente per questo che serve una nuova forma di consapevolezza giuridica e culturale: il testamento digitale.
Il cimitero digitale che ci circonda
Ci sono milioni di profili social di persone decedute. Su Facebook, Instagram, TikTok, YouTube: le piattaforme sono popolate da fantasmi digitali. In certi casi ci si prova a conviverci — c’è chi conserva i profili dei cari estinti come monumenti digitali, chi ne vorrebbe la cancellazione. Ma chi ha diritto di decidere? In assenza di una volontà espressa, effettivamente nessuno. Il risultato è che le nostre tracce digitali post mortem vengono espropriate e gestite secondo la logica opaca delle piattaforme. La nostra vita online dopo la morte, che abbiamo costruito per anni, può trasformarsi in un incubo per chi resta — e in un’occasione di lucro o abuso per chi è in grado di accedervi. Serve un nuovo strumento politico e giuridico: il testamento digitale.
Di cosa stiamo parlando esattamente?
Un testamento digitale è un documento — legale o formale — in cui decidiamo cosa deve succedere alla nostra identità online dopo la morte. A chi affidare le password, quali contenuti digitali conservare, cosa eliminare, chi potrà accedere a un certo account online e con quali finalità. Parliamo di profili social come Instagram o LinkedIn, di account email, messaggistica come WhatsApp o Telegram, cloud storage, ma anche di wallet di criptovalute, siti personali, canali YouTube, contenuti professionali o artistici. E naturalmente, delle password che permettono di accedere a tutto questo. Non parliamo solo di beni digitali patrimoniali (bitcoin, account di trading, NFT): parliamo della nostra memoria digitale, delle nostre relazioni, della nostra voce.
Una legislazione che non c’è
Ad oggi, in Italia, non esiste una legge sull’eredità digitale. Il tema è trattato solo marginalmente nel Codice della Privacy (D.lgs. 196/2003), che consente a chi ha un interesse legittimo sui dati del defunto di esercitare alcuni diritti (ma solo in assenza di divieto espresso). Il GDPR non disciplina i dati dei deceduti, lasciando il tema alle normative nazionali.
Lo ha evidenziato anche il Consiglio Nazionale del Notariato: il quadro giuridico è insufficiente. Il rischio? Una giungla di controversie, sia affettive che patrimoniali, aggravata dal fatto che molte piattaforme hanno sede legale fuori dall’UE.
Una questione politica, non solo burocratica
Il testamento digitale non è una banale formalità: è un tema politico, culturale, ed etico. È una questione che riguarda l’autodeterminazione digitale, l’accesso alle memorie, la gestione del lutto online. Senza un’indicazione esplicita, gli eredi possono trovarsi in disaccordo. Il rischio di contese è reale, e amplificato dalla difficoltà di accesso a contenuti protetti (password, autenticazione 2FA, criptazione, ecc). Inoltre, il rischio di abusi post mortem non è remoto. Account hackerati. Immagini utilizzate in modo improprio. Cloni digitali. Addirittura deepfake di persone decedute. Chi può impedirlo, se nessuno ha lasciato istruzioni precise?
Death cleaning digitale: come farlo, da vivi
Servirebbe iniziare a trattare i nostri dati come trattiamo le nostre proprietà materiali. Una sorta di “death cleaning digitale”, dove selezioniamo cosa vogliamo che sopravviva e cosa vogliamo far sparire con la nostra morte. Un testamento digitale dovrebbe contenere un inventario dei beni digitali, l’indicazione di un fiduciario digitale, istruzioni per ogni account o contenuto, un documento legale firmato, e un backup criptato delle credenziali. Il Consiglio Nazionale del Notariato italiano ha recentemente pubblicato un decalogo per orientarsi, disponibile sul loro sito.
Smart contract e blockchain: la nuova frontiera
Un altro scenario già in sperimentazione riguarda i testamenti digitali su blockchain, tramite smart contract. Si tratta di testamenti automatizzati, immutabili e verificabili, che possono essere eseguiti al verificarsi di condizioni come la certificazione del decesso. Oggi la blockchain è già utilizzata nella trasmissione di criptovalute e beni digitali ad alto valore, ma potrebbe presto includere anche archivi personali e contenuti affettivi. Non è fantascienza: è già realtà. Ed è una realtà che ci interpella.
Una battaglia culturale
Parlare di morte resta un tabù. Parlare di morte digitale lo è ancora di più. Ma è solo prendendo consapevolezza di questa nuova dimensione che possiamo tornare ad avere potere sulla nostra memoria online, sul nostro archivio, sul nostro modo di essere ricordati. È un tema che come VD News abbiamo affrontato anche in un reportage con Davide Sisto, filosofo esperto di tanatologia digitale. Sisto ci invita a riflettere su ciò che accade alla nostra identità online dopo la morte: quanto può aiutare, o al contrario ostacolare, l’elaborazione del lutto una presenza digitale eterna? Chi decide cosa merita di sopravvivere, e cosa invece andrebbe lasciato andare? Domande che ritornano anche nel podcast Digital Requiem, prodotto dal Post, che parte dalla storia vera di Leonardo Fabbretti e del tentativo di accedere all’iPhone del figlio morto per recuperare i suoi ricordi. Una vicenda che ha messo in luce i limiti della legislazione e le contraddizioni delle piattaforme tecnologiche. Il podcast affronta con profondità il nodo dell’eredità digitale, della privacy post-mortem e del diritto a ricordare. Il testamento digitale non è un gesto burocratico. È un atto radicale di autodeterminazione.