«Non si gioca con chi uccide i bambini»
di Davide Traglia«Rino non si gioca con chi uccide i bambini». Lo striscione apparso a Corigliano-Rossano, città natale di Gennaro Gattuso, fotografa meglio di tante analisi il clima che circonda la sfida di stasera in Ungheria tra Israele e Italia, valida per le qualificazioni ai Mondiali. Non è una partita qualsiasi: in campo ci sarà la rappresentativa sportiva di uno Stato accusato di compiere un genocidio contro il popolo palestinese.
La polemica su Gattuso era già esplosa nei giorni precedenti, quando in conferenza stampa il CT aveva dichiarato che l’Italia sarebbe scesa in campo contro Israele nel doppio impegno di stasera a Debrecen e del 14 ottobre a Udine, per il quale è stato già annunciato un corteo poche ore prima della partita per dire no alla presenza della nazionale israeliana dal Comitato per la Palestina di Udine. «Mi fa male al cuore vedere bambini e civili che vengono colpiti e ci lasciano la vita. Dopo, però, noi facciamo un mestiere. Ce l’abbiamo nel girone, ci dobbiamo giocare», ha affermato Gattuso nei giorni scorsi. Il primo fronte a muoversi è stato quello degli allenatori. L’Associazione Italiana Allenatori, guidata da Renzo Ulivieri, ha chiesto la sospensione di Israele dalle competizioni internazionali. A VD, Ulivieri ha dichiarato: «Potevamo scegliere di allenare l’indifferenza, ma sarebbe stata la cosa peggiore. Davanti ai bambini morti e malnutriti e ai giornalisti uccisi, dovremmo opporci e gridare tutti». A seguire, si sono schierati il sindaco di Udine Alberto Felice De Toni e la segretaria del PD Elly Schlein. Poi è arrivata anche la voce del deputato Mauro Berruto, che in Parlamento e poi con una petizione online ha rilanciato l’appello.
Dal governo sono arrivate solo parole di fastidio e chiusura. Matteo Salvini ha liquidato la questione con una battuta: «Gli allenatori facciano gli allenatori». Andrea Abodi, ministro dello Sport, ha invece tracciato un confine netto tra Russia e Israele: «La Russia è stato un fatto molto più cruento, aggressivo, che ha inciso sulla sovranità di una nazione che doveva essere supportata, sostenuta e difesa». Un modo elegante per dire: Mosca meritava l’esclusione, Tel Aviv no. Le parole di Abodi si scontrano con la realtà. Uccidere oltre 60mila persone e affamare un popolo bloccando gli aiuti umanitari non può essere considerato «meno cruento» e aggressivo. Come ha spiegato fra le righe il presidente UEFA Aleksander Čeferin in un’intervista a Politico, per la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina, ci fu una «pressione politica fortissima», mentre oggi, sul caso Israele, «la pressione proviene più che altro dall’opinione pubblica». In altre parole: se la Russia fu espulsa in pochi giorni, Israele resta in campo perché la politica europea ha scelto di tacere.
Non è un caso che nelle curve italiane ed europee, le bandiere palestinesi continuano a comparire ogni settimana. A Livorno, Marsiglia, Amburgo, Glasgow, Istanbul: il tifo organizzato ha rotto il silenzio, ricordando che di fronte a un genocidio non si può restare neutrali. La storia dello sport, inoltre, insegna che i boicottaggi non sono un’anomalia. Il Sudafrica fu bandito per decenni durante l’apartheid. Nel 1980 gli Usa boicottarono le Olimpiadi di Mosca, e l’URSS ricambiò a Los Angeles nel 1984. Ancora, nel 1976 Panatta e Bertolucci scesero in campo con la maglia rossa a Santiago per contestare Pinochet. Non è quindi vero che «lo sport deve restare fuori dalla politica»: al contrario, ogni partita riflette il mondo che la circonda. Stasera a Debrecen la partita sarà blindata: controlli serrati, allerta massima, possibili contestazioni. Lo scorso anno a Udine, parte del pubblico si voltò di spalle durante l’inno israeliano: un gesto simbolico che potrebbe ripetersi. Israele–Italia è molto più di una gara di qualificazione. È il simbolo di una scelta politica prima ancora che sportiva: voltarsi dall’altra parte e giocare come se nulla stesse accadendo, oppure alzare la voce per affermare che lo sport, se vuole restare umano, deve avere il coraggio di stare dalla parte dell’umanità.