«Davanti ai bambini ammazzati a Gaza non ci giriamo dall’altra parte»
di Davide Traglia«Potevamo scegliere di allenare l’indifferenza, ma sarebbe stata la cosa peggiore. Non c’è nulla di politico nella nostra scelta, è un fatto di sentimenti, a chi gli sono rimasti». A parlare è Renzo Ulivieri, storico allenatore e oggi presidente dell’Associazione Italiana Allenatori di Calcio (AIAC). Nei giorni scorsi, l’associazione ha fatto discutere per la proposta di sospendere temporaneamente Israele dalle competizioni internazionali, in segno di protesta per il genocidio a Gaza nei confronti del popolo palestinese. Una presa di posizione che ha diviso molto opinione pubblica e politica. Il deputato del Pd Mauro Berruto l’ha rilanciata in Parlamento e con una petizione online, mentre il ministro Matteo Salvini ha liquidato l’iniziativa con un «gli allenatori facciano gli allenatori».
Sul tema è intervenuto anche il ministro dello Sport Andrea Abodi, che si è dichiarato contrario e ha respinto i paragoni con l’esclusione della Russia: l’invasione dell’Ucraina, ha detto, «è stato un fatto molto più cruento, aggressivo, che ha inciso sulla sovranità di una nazione che doveva essere supportata, sostenuta e difesa». Ulivieri, però, ribatte con chiarezza: «Quella tra Russia e Ucraina è una guerra, perché – al di là di tutto – ci sono due eserciti che si combattono. Qui invece no: da una parte c’è l’esercito israeliano, dall’altra ci sono dei civili, un popolo ammazzato. E la storia non comincia il 7 ottobre, come qualcuno vorrebbe far credere: la storia è molto più lunga».
Nonostante le critiche di questi giorni, l’ex allenatore rivendica la scelta dell’AIAC: «Sapevamo che poteva essere fraintesa o strumentalizzata, perché quando scegli di cuore puoi commettere “errori tattici”», spiega a VD. «Qui, però, c’entrano solo i sentimenti, quelli che provi quando guardi i bambini morti o malnutriti, i giornalisti uccisi. Di fronte a queste cose, dovremmo opporci e gridare tutti». Non è la prima volta che Ulivieri contesta l’idea che lo sport debba restare “neutrale”. Una linea di pensiero che si scontra con la realtà. Dal Sudafrica dell’apartheid, bandito per anni dalle competizioni, fino al gesto simbolico di Panatta che, nella finale di Coppa Davis del 1976 in Cile, scese in campo con la maglia rossa per protestare contro la dittatura di Pinochet, la storia insegna che lo sport non è mai solo sport. «Francamente mi sembra assurdo solo pensarlo. Io non ho mai smesso di avere idee politiche e di discuterle. E anzi, quando Sinisa Mihajlović dichiarò il proprio sostegno a Salvini e i bolognesi si arrabbiarono, intervenni a difesa della sua libertà di espressione, nonostante fossi lontano dalle sue idee».
Ulivieri, che da giovane si è dichiarato comunista, non ha mai nascosto come i valori appresi in famiglia abbiano orientato il suo modo di vivere il calcio. Lo dimostra un aneddoto legato agli anni della Sampdoria: «Guadagnavo dieci volte lo stipendio di un operaio. Un giorno, il sindaco del mio paese disse a mio padre: “Ora non sarà più comunista”. Lui rispose: “Peggio per lui”». Quella visione l’ha portata anche in campo, trasformandola in metodo. Nella sua squadra, racconta a VD, non c’era spazio per l’individualismo: «L’io non contava, contava il noi. Ai miei giocatori dicevo: “Noi siamo la Cooperativa del gol”, una società di mutuo soccorso”», spiega. E ricorda: «Un giorno un giocatore non stava bene e mi disse: “Noi mi fa male una gamba”. Gli risposi: “Bene, quest’anno si vince il campionato”. Era passata l’idea del noi». La disciplina nasceva dal senso di comunità, non dall’imposizione esterna. «All’inizio c’erano problemi di anarchia, ma alla fine le regole le scoprivano e le seguivano perché erano loro, della squadra». L’iniziativa dell’AIAC difficilmente avrà seguito concreto nelle istituzioni calcistiche. Ulivieri ne è consapevole: «Probabilmente non otterremo nulla, ma l’abbiamo fatto lo stesso. Sappiamo che non cambieremo l’idea degli altri, ma l’abbiamo fatto per ricordare a noi stessi che gli altri non cambieranno la nostra».