Negli ultimi mesi, sempre più curve europee hanno rotto il silenzio, prendendo posizione contro il genocidio in corso a Gaza. Striscioni, bandiere e appelli si moltiplicano, segnando un cambio di consapevolezza nel mondo del calcio.

Venerdì sera, durante la partita di Serie C tra Livorno e Ternana, gli ultras amaranto hanno esposto diverse bandiere palestinesi e uno striscione che recitava: “Un minuto di silenzio per le vittime del genocidio palestinese”. Il giorno seguente, al Vélodrome di Marsiglia, sono stati gli ultras dell’Olympique a farsi sentire. Nella sfida di Ligue 1 contro il Paris FC hanno mostrato una coreografia esplicita: “Free Gaza! Stop al genocidio: liberate il popolo palestinese”. Due curve storicamente legate alla sinistra radicale, da sempre solidali con la causa palestinese, riportano al centro la voce del dissenso in uno sport dove la neutralità viene spesso usata come scudo per l’inazione.

Anche in Germania c’è chi si è schierato contro il genocidio. Si tratta dei tifosi del St. Pauli, simbolo del calcio antifascista. Nella recente sfida contro il Borussia Dortmund, sugli spalti del Millerntor è riapparso uno striscione che chiede il cessate il fuoco a Gaza.

La stagione calcistica è appena iniziata, ma le manifestazioni di solidarietà si stanno moltiplicando: bandiere palestinesi sono comparse durante Sassuolo-Napoli, allo stadio del Celtic in Scozia, al Fenerbahçe in Turchia, fino allo stadio del Persija Jakarta, in Indonesia.

Negli ultimi giorni, anche le istituzioni calcistiche hanno iniziato – con ritardo e timidezza – a uscire dall’indifferenza. L’Associazione Italiana Allenatori Calcio (AIAC) ha inviato una lettera al presidente della FIGC, Gabriele Gravina, chiedendo un intervento presso UEFA e FIFA per sospendere Israele dalle competizioni internazionali. “Il calcio italiano deve mobilitarsi per il popolo palestinese”, si legge nel documento firmato da Renzo Ulivieri. “Davanti alle stragi quotidiane non si può restare neutrali. L’indifferenza è complicità”.

Un segnale ancora più netto è arrivato dalla Norvegia: la federazione calcistica ha annunciato che devolverà l’intero incasso della partita contro Israele – valida per le qualificazioni ai Mondiali – a un’organizzazione umanitaria attiva nella Striscia di Gaza. “Non possiamo restare indifferenti agli attacchi sproporzionati e alle sofferenze dei civili”, ha dichiarato la presidente Lise Klaveness.

C’è chi insiste nel voler separare sport e politica, ma la storia insegna che è un’illusione. Di fronte a un massacro, con migliaia di civili uccisi, lo sport non può voltarsi dall’altra parte. Il calcio – industria globale e megafono popolare – ha il dovere morale di rompere il silenzio.

Chi scende in campo non può più dichiararsi “neutrale”: ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio è già un atto politico. Lo hanno capito i tifosi di Livorno, Marsiglia, Amburgo, e di molte altre curve nel mondo. Lo stanno comprendendo – lentamente – anche calciatori, allenatori e federazioni. Perché lo sport, se vuole restare umano, deve avere il coraggio di stare dalla parte dell’umanità.