Qualche mese fa, sul divano di un’amica, siamo finiti a discutere sulla definizione di “body count”, cioè il numero di persone con cui si è andati a letto nel corso della propria vita. Riguardo al conteggio, avevamo infatti due prospettive diverse: io non ero sicuro (e non lo sono tuttora) di dover considerare esclusivamente le persone con cui ho fatto sesso penetrativo; lei lo considerava l’unico parametro. «A 29 anni li ricordo tutti e 24», ha detto. Poi, a sorpresa, ha tirato fuori un'agendina: siamo finiti a ripercorrere la lista dei suoi ex, flirt e rapporti occasionali sin da quando, a 18 anni, ha iniziato a fare sesso, ma soffermandoci soprattutto sui nomi che appartengono al periodo in cui siamo entrati nella vita l’uno dell’altra, come se fossero personaggi della nostra serie tv condivisa. È stato un momento buffo, a tratti nostalgico, ma anche di quelli che fanno guadagnare al rapporto altri “punti amicizia”.

Il termine “body count”, originariamente, ha una connotazione triste: viene usato in ambito militare e giornalistico per il conteggio di morti e caduti. La sua appropriazione internettiana, invece, è molto più felice: indica il totale di corpi con cui abbiamo fatto sesso. È una questione molto dibattuta, soprattutto su TikTok, dove utenti esprimono la propria opinione con un tale fervore che a volte verrebbe voglia di offrire loro una camomilla. Il motivo è che il body count viene spesso considerato un indicatore del valore di una persona, generando due grandi fazioni: la prima sostiene che se una persona ne ha uno alto non vale la pena costruirci qualcosa, la seconda che se ce l’ha troppo basso probabilmente non ha vissuto abbastanza. Poi ce n’è una terza: quella del “Chi se ne frega?”. 

Secondo il World Population Review, un aggregatore globale di statistiche, nel corso della vita una persona ha in media nove partner sessuali; un dato che “può variare notevolmente da paese a paese” per via delle “norme culturali”, ma anche per i modi in cui intendiamo lo “stare con una persona” che possono incidere significativamente tanto su numeri e conteggi. Sugli oltre 50 paesi presi in esame, l’Italia ha una media di 11.8, meno dei 14.5 della Turchia e dei 13.3 dell’Australia, e più dei 10.7 degli Stati Uniti e dei 10.2 del Giappone.  

Credit: World Population Review
Credit: World Population Review 

Insomma, l’“Average Number of Sexual Partners by Country 2026” del WPR è utile per avere un quadro generale di sintesi dei sondaggi dei vari paesi, ma mette insieme dati eterogenei, raccolti con parametri e metodologie non uniformi. Per avere un’idea più accurata, è meglio andare a sbirciare i dati disponibili dei singoli paesi. Per esempio, nel Regno Unito viene ciclicamente condotto, a distanza di decenni, il National Survey of Sexual Attitudes and Lifestyles e, secondo il terzo (Natsal-3), nella fascia d'età 16-44 anni il numero medio di partner nel corso della vita di una donna “è più che raddoppiato rispetto alla prima indagine (1990-91), passando da una media di 3,7 nel 1990-91 a 7,7 nell'ultima indagine. Negli uomini, questa cifra è aumentata da 8,6 a 11,7, il che suggerisce una riduzione del divario di genere”. [Al momento della stesura di questo articolo, i dati del Natsal-4 sono ancora in fase di elaborazione.]

In Italia non esistono indagini cicliche dello stesso tipo. Le stime più citate arrivano dal Censis (per esempio nei rapporti sui comportamenti sessuali pubblicati tra il 2019 e il 2024), secondo cui tra gli under 40 la media dichiarata è di circa 6 partner nel corso della vita: 4 per le donne e 7 per gli uomini.

Da questi dati si evincono, quindi, due grandi questioni. La prima riguarda il doppio standard di genere, che continua a influenzare il modo in cui il numero di partner viene percepito nelle relazioni, soprattutto eterosessuali. Storicamente, infatti, le donne sono state giudicate in negativo all’aumentare del loro numero di partner e questo, rimanendo su TikTok, si è tradotto negli ultimi anni in video di utenti uomini che puntano loro il dito, probabilmente dopo aver visto troppi contenuti di Andrew Tate, influencer misogino e di estrema destra, secondo cui il genere femminile dovrebbe camminare con “il body count tatuato in fronte”. La risposta delle utenti, per fortuna, è spesso di segno opposto: mandare questi giudizi al mittente, rivendicando senza imbarazzo il proprio numero e il proprio punto di vista. La seconda questione riguarda invece la desiderabilità sociale: la tendenza delle persone a rispondere in modo conforme alle aspettative culturali del contesto in cui si trovano. Un meccanismo che, soprattutto quando si parla di sessualità, si intreccia inevitabilmente con un altro fattore decisivo: la privacy.

A queste questioni, inoltre, si aggiungono le contingenze: la messa in discussione del sistema patriarcale, la male loliness epidemic, il moltiplicarsi delle possibilità per il sesso occasionale; e i contesti virtuali in cui Millennial e Gen Z sono cresciuti che con le loro metriche hanno finito per confondere, almeno in parte, la quantità con la qualità. Secondo un sondaggio della società di benessere sessuale Lovehoney esiste infatti un chiaro divario generazionale nel modo in cui si guarda al body count. La Gen Z è la più sensibile al tema: circa il 40% degli intervistati dice che il numero di partner passati influisce sulla valutazione di un potenziale partner, ben sopra la media generale (29%). Tra i millennial le posizioni sono più sfumate, anche con differenze di genere (lo considera rilevante il 38% degli uomini contro il 27% delle donne). In generale, però, all’aumentare dell’età diminuisce l’importanza attribuita al numero di partner altrui.

In fondo, la quantità di persone con cui si è andati a letto, che sia bassa o alta, non dice molto sulla qualità delle esperienze vissute. Il punto, più che il body count in sé, è la sessuofobia interiorizzata che spesso viene proiettata su questi conteggi personali. Quando il numero è basso, raramente si considera la durata o la profondità delle relazioni: potrebbe trattarsi di pochi legami, ma lunghi e intensi, in cui si è accumulata molta esperienza. Quando invece il numero è alto, il rischio è di essere rapidamente etichettati come persone dedite a una sorta di “consumismo relazionale”. È una semplificazione di un mondo vario. 

Ci sono persone che hanno una relazione monogama per anni e poi nei sei mesi successivi vanno a letto con più di 20 persone. Persone che sono state solo con una persona nella vita. Persone non monogame. Altre a cui non interessa il sesso. Altre che alternano periodi di niente e troppo. C’è, poi, anche un punto che raramente entra nella discussione: avere avuto partner diversi, se lo si vive con consapevolezza e protezione, può anche insegnare qualcosa; e vale lo stesso per chi intraprende il percorso opposto. Quello che vale la pena sottolineare, però, è un’altra cosa: l’affidabilità di una persona non si misura dal numero di persone con cui è andata a letto. 

Oggi il body count è diventato un’ossessione culturale, ma il numero non racconta nulla: conta quanta cura metti nei momenti di intimità, che siano duraturi o sporadici. E, se proprio vogliamo dirla tutta, mia mamma dice sempre che «chi si è divertito di più prima è più serio dopo». È una rilevazione puramente etnografica, ma se la vostra preoccupazione sta tutta qui, non me la sentirei di obiettare.