Alle donne piacciono ancora gli uomini etero?
di Vincenzo LigrestiQualche giorno fa è diventato virale, anche per la sua memabilità, un articolo di British Vogue, scritto da Chanté Joseph, intitolato: Is having a boyfriend embarassing now? (Avere un compagno è imbarazzante oggi?).
Il titolo, un po’ fuorviante nella sua totalizzante provocazione, in realtà si riferisce a un contesto ben preciso: quello online. Racconta come, sui social, lo storytelling delle donne etero impegnate si sia ormai emancipato nella maggior parte dei casi dalla centralità della coppia: non tutto viene più postato in funzione del proprio ragazzo.
Non viviamo più, come qualcuno ha scritto su Substack, nella Boyfriend Land: quel mondo in cui l’identità delle donne ruota intorno al proprio partner, riecheggiando un passato in cui lo status femminile dipendeva dagli uomini che si riuscivano ad “accaparrare”. Oggi, il fidanzato resta piuttosto sullo sfondo, perché potrebbe cambiare ed è solo una parte, non del tutto determinante, della propria esistenza.
A ben vedere, si potrebbe dire che, così come gli uomini etero hanno sempre mostrato una certa reticenza nel postare le proprie compagne, oggi anche le donne tendono a fare lo stesso. Del resto, usi e costumi cambiano, e studi come questo suggeriscono che è anche meglio, perché le coppie meno presenti online sarebbero in realtà le più felici, in quanto meno in cerca di validazione esterna.
Eppure, a prescindere dal modo in cui si muovono pubblicamente, molte donne nel dietro le quinte si troverebbero spesso a fare i conti anche con un’altra realtà: la difficoltà dei loro compagni a comunicare le proprie emozioni, non necessariamente con loro, soprattutto con gli altri. In tal senso, Angelica Puzio Ferrara, ricercatrice post-dottorato presso la Stanford University, ha coniato il termine “mankeeping”. È quel fenomeno per cui molti uomini eterosessuali tendono ad aprirsi emotivamente solo con la propria partner, trasformandola di fatto nella loro confidente e “terapeuta” non ufficiale, che diventa così anche la principale ambasciatrice emozionale della coppia con le altre persone.
Questo può creare dei dislivelli nella coppia, e in quella grande giungla che è TikTok, centinaia di video cercano di carpirli. Si tratta dei “relationship gap” raccontati in centinaia di video nella piattaforma, dove le coppie vengono vivisezionate per le loro differenze, e spesso in quelle etero, anche in maniera piuttosto superficiale, sono proprio gli uomini a essere considerati i più lacunosi: meno belli, meno stilosi, meno carismatici. Da tutto questo ovviamente le coppie famose non sono esenti, e per esempio, come ricorda Rivista Studio, ci sarebbe una palese swag gap relationship - una differenza di coolnes - tra Lana Del Rey e il compagno Jeremy Dufrene, che all’ultima sfilata di Valentino, si è presentato con occhiali specchiati e cargo accanto all’elegantissima cantante.
Dell’asimmetria emotiva se ne sono accorte anche le donne etero single e, a tal proposito, si è iniziato a parlare di eteropessimismo (o eterofatalismo): indica quel misto di frustrazione, disfattismo e rassegnazione che provano nei confronti degli uomini etero, dopo aver collezionato vari incontri non proprio brillanti.
Il concetto è stato introdotto dal ricercatore Asa Seresin per indicare una sensazione sempre più comune tra molte donne che, pur continuando a desiderare gli uomini, si scontrano con un modello relazionale ormai in affanno: lei cerca trasparenza e coinvolgimento, mentre lui spesso offre ambiguità, distacco o un investimento emotivo minimo.
La questione della mala gestione emotiva maschile è nota da tempo ed è stata discussa in profondità, anche in una recente puntata della mia rubrica Love Machine. Eppure, nonostante una maggiore consapevolezza culturale, il cambiamento, come tutti i cambiamenti, procede lentamente.
I dati lo confermano: secondo lo studio Ipsos Perceptions of Masculinity & The Challenges of Opening Up, il 58% degli uomini si sente sotto pressione per apparire «emotivamente forti e privi di qualsiasi debolezza»; quattro su dieci - come mostra bene la serie Maschi Veri di Netflix - evitano di esprimere i propri sentimenti per timore di sembrare “meno virili”. E questo avviene nonostante il 77% riconosca che condividere le proprie vulnerabilità potrebbe migliorare la propria salute mentale.
Il risultato è un impatto sociale sempre più evidente: una vasta letteratura parla ormai di man loneliness epidemic, ovvero di quel fenomeno sociale sempre più discusso negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali, per cui un numero crescente di uomini, soprattutto giovani e adulti, sta vivendo livelli molto alti di solitudine, isolamento e difficoltà nelle relazioni, tanto romantiche quanto amicali. Le derive più estreme di questo fenomeno sono state esemplificate da serie come Adolescence, o dall’emergere dei “podcast bros” talmente misogini e grotteschi da sembrare quasi una parodia.
Come ricorda la filosofa Olivia Gazalé, la radice è culturale: mentre sembra evolvere, il subconscio della società rimane prigioniero di archetipi e modelli nati nell’antichità. Oggi, infatti, persiste l’idea interiorizzata che il modello di maschio a cui tendere sia quello egemonico, teorizzato dalla sociologa Raewyn Connell: forte, che non fa “cose da femmine”, prestante, competitivo. Ma di chi sarebbe la colpa?
Non sorprende quindi che, quando di recente nel podcast Boy Problems è stato chiesto al sindaco di New York, Zohran Mamdani, se la solitudine maschile sia un problema “al femminile”, la risposta sia stata netta: «Non è affatto responsabilità delle donne risolvere questa crisi. Le sue radici sono profonde e sistemiche».
Il fatto che gli uomini si sentano isolati più che mai, infatti, riguarda chiunque, a prescindere dai generi. È il prodotto storico di un mito virile costruito e mantenuto collettivamente, e la sua lenta decostruzione genera anche reazioni distorte: vittimismi tossici, risentimento verso le donne, fraintendimenti mediatici.
Uno dei più evidenti riguarda il “maschio performativo”: la trasformazione di meme scherzosi in fenomeni che non lo erano da parte di giornali e content creator.
In pratica, i maschi performativi sono quelli che bevono macha e leggono bell hooks, ma dietro questa facciata progressista nasconderebbero, secondo le analisi tra il serio e il faceto, un segreto poco nobile. Si atteggerebbero in un certo modo solo perché sono dei malesseri che vogliono portarti a letto.
La domanda però sorge spontanea: tra gli uomini che leggono e hanno buon gusto, gli stronzi non esistono da sempre? I meme fanno ridere, ma se poi i discorsi barbosi ricamati sopra diventano un tipo di gatekeeping nei confronti degli uomini che sono genuinamente più “destrutturati” rispetto all’idea di maschio standard, non stiamo sostenendo in realtà lo status quo che pensiamo di combattere, cadendo in un tranello che è anche un cortocircuito?
Per certi aspetti è vero: è un pizzico più difficile essere un uomo etero oggi: c’è persino gente che ormai inizia i discorsi dicendo, «ok, sono un uomo etero, ma vorrei dire che…». Lo spazio è in trasformazione, le aspettative sono diverse e spesso non chiare. Ma non è neanche un assaggio - con la punta della lingua - di quello che per un’infinità di tempo hanno subito e subiscono quotidianamente donne e minoranze.
Ma c’è una nota positiva: stiamo assistendo forse ad un lento cambio di tendenza verso un nuovo tipo di eterosessualità maschile, ma anche più dialogica e paritaria tra coppie (e potenziali coppie) etero. Soltanto che il percorso prima della metà è stato ancora poco battuto, e per lo più ad oggi è ignoto. Così, attualmente, da ambole parti si va un po’ per tentativi e imbarazzi, azzeccandoci o commettendo errori, perché fare diversamente non si può, e tutta questa carrellata di inglesismi e fenomeni online e offline lo dimostra.