E se il problema fosse il quorum?
di Davide TragliaI cinque referendum su lavoro e cittadinanza, per cui si è votato domenica e lunedì, si sono conclusi con un nulla di fatto. Nonostante la netta vittoria dei Sì in tutti i quesiti – a eccezione di quello sulla cittadinanza, dove il consenso si è fermato al 64% – la scarsa affluenza, attestatasi al 30,6%, ha reso la consultazione invalida per mancato raggiungimento del quorum.
Non è la prima volta che un referendum abrogativo si scontra con la diserzione popolare. Negli ultimi trent’anni sono stati proposti dieci referendum abrogativi. Soltanto uno, quello del 2011 sull’acqua pubblica, ha superato il quorum, con un’affluenza comunque modesta del 54,8%. Dal 1995 a oggi, il fallimento referendario è diventato la regola.
Le cause sono molteplici. Fino agli anni Novanta, gli italiani partecipavano in massa sia alle elezioni politiche sia ai referendum. Basti pensare alle affluenze del referendum sul divorzio del 1974, sull’aborto del 1981 o sulla scala mobile nel 1985, tutte comprese tra il 77% e l’87%. In quegli anni, votare era un atto politico importante, le battaglie erano partecipate, i dibattiti intensi, la copertura mediatica ampia e pluralista. Oggi non è più così.
La disaffezione è cresciuta, alimentata dalla sfiducia nei partiti e dall’uso eccessivo dello strumento referendario su temi tecnici o poco coinvolgenti. Anche la strategia dell’opposizione è cambiata: non più votare No, ma astenersi. Il quorum è diventato un’arma, e il boicottaggio informativo – come dimostrano i dati Agcom su Rai, Mediaset, La7 e Sky – una prassi consolidata. A meno di un mese dal voto, il tempo dedicato ai referendum sulle principali reti è stato inferiore all’1%.
Chi perde davvero, però, non sono tanto i promotori dei quesiti, né le forze politiche coinvolte. È il referendum stesso lo sconfitto sistematico, diventato un rituale sterile, privo ormai di credibilità ed efficacia.
Da tempo si discute di una riforma. Una proposta moderata, condivisa da molti esperti, suggerisce di alzare il numero di firme necessarie per indire un referendum (da 500mila a un milione), abbassando però il quorum, calcolandolo magari sull’affluenza dell’ultima tornata politica, e non più sul totale degli aventi diritto. Così si renderebbe il confronto più equo, adattando le regole a una realtà in cui il 50% alle urne è ormai un’eccezione, non la norma.
Nelle ultime ore, però, si fa strada una proposta più radicale: abolire del tutto il quorum, come già avviene in Svizzera. È la proposta del comitato Basta quorum, che ha avviato una raccolta firme per modificare l’articolo 75 della Costituzione. Secondo Marco Cappato, tra i promotori, «è arrivato il momento di abolire il quorum, che era stato fissato in un’altra epoca, in cui a votare ci andavano tutti».
All’iniziativa ha aderito anche Giulia Innocenzi, giornalista di Report, che in un video ha spiegato: «Chi è contrario ha in mano una leva potentissima: puntare all’astensione e non far parlare nessuno del referendum. È necessario abolire il quorum, per far partire una rivoluzione democratica contro chi usa tattiche meschine per affossare la partecipazione».
Per Cappato, il referendum dovrebbe tornare a essere quella “seconda scheda” che la Costituzione ha previsto come strumento di controllo popolare sul Parlamento: «Non è una questione di destra o sinistra. La sinistra ha boicottato i referendum quanto la destra, e ogni volta che il sabotaggio funziona, la colpa viene scaricata sullo strumento, mai su chi lo ha reso inefficace», ha scritto su Il Fatto Quotidiano.
Naturalmente, anche l’abolizione del quorum apre interrogativi. In una democrazia rappresentativa, una minoranza organizzata potrebbe teoricamente usare il referendum per ribaltare decisioni parlamentari legittime. Ma un fatto è innegabile: il referendum abrogativo, così com’è, non funziona più. Non mobilita, non informa, non incide. È diventato un gioco a perdere.
Nel 2022, dopo il fallimento del referendum sulla giustizia – sostenuto da Lega e Radicali – fu lo stesso Matteo Salvini a riconoscere il problema: «Serve una riflessione sul quorum, perché andando di questo passo nessun referendum su nessun tema sulla faccia della terra raggiungerà mai il 50%. Se non votano per i sindaci, figuriamoci per i referendum». Parole ragionevoli, certo. Ma chissà se oggi Salvini è ancora d’accordo con sé stesso, visto che da giorni posta vignette di Paperino che dorme per invitare all’astensione e festeggia il mancato quorum come se la disaffezione politica fosse un trionfo.
La realtà è che non c’è nulla da festeggiare. Quando uno strumento come il referendum viene sistematicamente disinnescato, la democrazia non vince. Semplicemente, perde una delle sue armi più preziose.