Con 109 voti favorevoli, 69 contrari e un’astensione, il Senato ha approvato in via definitiva il decreto Sicurezza voluto dal governo Meloni. Il provvedimento, già passato nei giorni scorsi alla Camera, è ora legge dello Stato. Il testo era stato blindato dall’esecutivo con la questione di fiducia.

Già ad aprile, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva imboccato la via più rapida — e anche la più controversa — trasformando il disegno di legge in decreto legge, varato direttamente dal Consiglio dei Ministri. Durante la discussione di oggi a Palazzo Madama, i senatori di Pd, M5S e Avs hanno inscenato una protesta simbolica, sedendosi al centro dell’Aula per contestare in particolare le norme contro le manifestazioni non autorizzate.

[[ge:espresso:vdnews:19345595]]

Il nuovo decreto Sicurezza, avevamo spiegato in maniera approfondita qui, introduce infatti pene detentive da 6 mesi a 2 anni per chi partecipa a blocchi stradali, ferroviari o portuali, anche pacificamente. Le forme di disobbedienza civile come sit-in, picchetti sindacali o proteste studentesche vengono così equiparate a reati. Il Daspo urbano potrà essere applicato anche a chi non ha subito una condanna definitiva, limitando l’accesso a spazi pubblici in caso di semplice denuncia.

Le misure toccano anche le proteste nelle carceri e nei CPR, con pene fino a 8 anni per chi partecipa a rivolte, anche in forma passiva. Allo stesso tempo, si rafforzano le tutele per le forze dell’ordine: autorizzato l’uso delle bodycam (senza obbligo di identificativo personale) e rimborso spese legali fino a 10.000 euro per ciascuna fase processuale, salvo dolo accertato.

Il decreto colpisce anche il settore della cannabis legale, vietando la vendita di infiorescenze con THC sotto lo 0,5%. Una misura che mette in crisi un comparto in crescita, composto in larga parte da giovani imprenditori.

Viene inoltre introdotto un nuovo reato per le occupazioni abusive di immobili, punibile con fino a 7 anni di carcere, anche nel caso di famiglie senza casa. Infine, è prevista la revoca della cittadinanza italiana per chi, naturalizzato, venga condannato per reati di terrorismo o eversione entro dieci anni dal riconoscimento.