Venerdì scorso, il governo italiano ha compiuto una delle mosse istituzionalmente più controverse della legislatura: ha trasformato in Decreto Legge il Disegno di Legge Sicurezza (Ddl 1660), rimasto fermo in Parlamento per 16 mesi e duramente contestato da giuristi, associazioni e opposizioni. Una scelta che, come denunciato dalla rete nazionale A pieno regime, rappresenta un vero e proprio «golpe burocratico», un colpo di spugna sulla democrazia parlamentare. Il Ddl 1660 è stato “spacchettato” e solo superficialmente ripulito dalle norme più manifestamente incostituzionali, segnalate anche dal Quirinale. Reincarnato in forma di decreto, ha preso la scorciatoia dell’urgenza per imporsi aggirando il dibattito parlamentare, e introducendo un pacchetto repressivo che limita profondamente diritti civili e libertà democratiche.

 

Il cuore del provvedimento resta intatto: tra le misure più gravi spicca quella soprannominata “anti-Gandhi”, che prevede da 6 mesi a 2 anni di carcere per chi partecipa a blocchi stradali, ferroviari o portuali, anche se pacifici. Gesti simbolici e forme di disobbedienza civile – dai sit-in ambientalisti ai picchetti sindacali, fino alle proteste studentesche – vengono equiparati a reati veri e propri. La stretta colpisce anche il diritto di stare negli spazi pubblici: il Daspo urbano, ossia il divieto di accesso a piazze, stazioni o vie cittadine, potrà ora essere applicato anche a chi è solo denunciato o condannato con sentenza non definitiva per reati contro la persona o il patrimonio, se avvenuti in prossimità di infrastrutture pubbliche. Una misura pensata per dissuadere qualsiasi forma di dissenso visibile.

 

Il decreto interviene anche sulle proteste all’interno delle carceri e nei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR). Chi organizza una “rivolta penitenziaria” rischia da 1 a 8 anni di reclusione; nei CPR, la pena va da 1 a 6 anni. Anche la resistenza passiva – come il rifiuto di rientrare in cella – sarà punibile se contraria agli ordini “per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza”. In ambienti segnati da degrado, abbandono e sovraffollamento, dove spesso protestare è l’unico strumento per far emergere violazioni e abusi, queste norme cancellano ogni possibilità di opposizione. Se il dissenso viene soffocato, dall’altra parte il decreto amplia le tutele per le forze dell’ordine, senza introdurre reali strumenti di controllo. Viene autorizzato l’uso delle bodycam, ma senza l’obbligo di numeri identificativi per gli agenti: nessuna garanzia, dunque, contro gli abusi, né possibilità di riconoscere i responsabili. Al contrario, gli agenti potranno portare armi private anche fuori servizio, e lo Stato coprirà fino a 10.000 euro di spese legali per ciascuna fase del processo, con obbligo di rivalsa solo in caso di dolo accertato. In pratica, una protezione pubblica anche per comportamenti potenzialmente illeciti, senza garanzie per le vittime.

 

Un altro colpo arriva al settore della cannabis legale: viene vietata la lavorazione e commercializzazione delle infiorescenze con THC sotto lo 0,5%, pur non essendo considerate sostanze stupefacenti. Si elimina così un intero comparto economico in crescita, gestito in larga parte da giovani under 35, che garantiva migliaia di posti di lavoro. Una decisione in contrasto con le normative europee e le sentenze della Cassazione, fondata più sull’ideologia che su motivazioni sanitarie o di sicurezza. Viene introdotto un nuovo reato per le occupazioni abusive di immobili, punibile con pene da 2 a 7 anni. Anche le occupazioni per necessità – da parte di famiglie sfrattate o persone senza casa – saranno trattate come gravi attacchi alla proprietà. In un Paese dove migliaia di abitazioni restano vuote, gli affitti sono fuori controllo e l’overtourism ha sottratto interi quartieri al mercato residenziale, la povertà viene trasformata in reato.

Infine, il decreto prevede la revoca della cittadinanza per chi, divenuto italiano, venga condannato per terrorismo o eversione, fino a 10 anni dopo l’ottenimento. Un provvedimento che crea cittadini di serie A e serie B, trasformando la cittadinanza da diritto universale a privilegio condizionato. La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che il decreto legge è uno strumento eccezionale, riservato a casi di effettiva urgenza. Secondo il ministro Piantedosi, queste misure sarebbero necessarie “per la tutela delle forze dell’ordine”. Ma non esiste alcuna nuova emergenza, nessun aumento di rischi o minacce che ne giustifichi l’imposizione. L’unica urgenza è politica: aggirare il confronto democratico, evitare l’ostruzionismo parlamentare e imporre un modello autoritario che soffoca la critica e criminalizza la protesta.  Dietro il pretesto della sicurezza si cela un disegno preciso: costruire un Paese in cui l’opposizione legittima è trattata come eversiva e ogni voce dissidente viene considerata una minaccia da zittire. Un pericoloso passo indietro per la democrazia.