Già qualche mese fa, il ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara aveva detto: «Occorre non far finta di non vedere che l'incremento dei fenomeni di violenza sessuale è legato anche a forme di marginalità e di devianza in qualche modo discendenti da una immigrazione illegale».

Oggi, di nuovo, il governo usa i femminicidi come strumento di propaganda razzista da un lato e come mezzo per autoassolvere se stesso e tutti i “bravi” uomini bianchi dall’altro. 

Commentando gli ultimi femminicidi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha detto: «il legislatore e la magistratura possono arrivare entro certi limiti a reprimere questi fatti, che si radicano probabilmente nell'assoluta mancanza non solo di educazione civica ma anche di rispetto verso le persone, soprattutto per quanto riguarda giovani e adulti di etnie che magari non hanno la nostra sensibilità verso le donne».

Quella stessa sensibilità che uccide tra le mura domestiche, che impedisce a chi è donna di autodeterminarsi anche economicamente, che continua a trattarci in modo paternalistico, ricordandoci che noi dobbiamo pensare alla famiglia e al massimo a essere sempre belle, perché tanto i luoghi dove si decidono le cose serie non fanno per noi.

Continuare a scaricare su chi è percepito come diverso la responsabilità di portare avanti una cultura che schiaccia chi è donna è nascondersi dietro a un dito.

Il vero atto di maturità e responsabilità che dovremmo pretendere è quello di guardarsi allo specchio. Sarebbe importante riconoscere che non devono esistere più persone che sono meno “persone” perché non sono uomini bianchi privilegiati, proprio come il ministro Nordio. E questo atto di riflessione dovrebbe essere fatto collettivamente e in maniera costante. Perché cominciamo a essere stanche - e stanchi - delle frasette pronunciate il 25 novembre davanti all'inaugurazione dell’ennesima panchina rossa.