Polizia di Stato o Stato di Polizia?
di Davide TragliaSe oggi vuoi scendere in piazza senza rischiare di essere manganellato, sembra esserci una sola strada: partecipare a una parata neofascista o fare il saluto romano. Ormai è evidente: la repressione si abbatte solo su chi manifesta per Gaza, per il lavoro, per il clima, per una scuola migliore. Contro chi rivendica diritti, la risposta è il manganello. Contro chi sfila inneggiando a regimi criminali, il nulla. Nessuna carica, nessuna indignazione. In questo contesto, quanto accaduto a Milano sabato scorso non è affatto un’eccezione: è la regola che si sta consolidando.
Sabato pomeriggio, a Milano, migliaia di persone sono scese in piazza per il corteo a sostegno del popolo palestinese. Una manifestazione pacifica, promossa da associazioni, collettivi e sindacati di base, partita dalla Stazione Centrale con un messaggio chiaro: “Basta uccidere i bambini a Gaza”, “Fermiamo il genocidio”. Nessuna tensione, nessuna violenza. Fino all’arrivo della polizia.
All’altezza di piazzale Baiamonti, senza preavviso e senza che vi fossero segnali di escalation, le forze dell’ordine hanno caricato a freddo il corteo, spezzandolo in due. Sette persone sono state fermate e portate in questura. I video circolati online confermano ciò che molti testimoni hanno raccontato: l’uso del “cuneo”, una tecnica di penetrazione violenta più vicina a scenari di ordine pubblico bellico che non alla gestione di una piazza civile e autorizzata.
A rendere ancora più inquietante quanto accaduto è un dettaglio che non può essere archiviato come semplice anomalia: uno degli agenti indossava una giacca non regolamentare, con uno stemma di un’aquila e la scritta “Narodowa duma – Orgoglio nazionale”. Si tratta di uno slogan dell’ultradestra polacca, legato a movimenti apertamente xenofobi e neofascisti. La denuncia è arrivata dall’Osservatorio Repressione, che ha segnalato pubblicamente il caso e ha chiesto spiegazioni, mentre la Digos è ora chiamata a verificare l’identità dell’agente e le circostanze. Il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli ha annunciato che presenterà un’interrogazione parlamentare sull’episodio.
La presenza di quel simbolo in un corpo dello Stato, durante una manifestazione democratica, non è solo una provocazione: è un segnale politico. Una bandiera ideologica che insinua un dubbio gravissimo sulla neutralità delle forze dell’ordine e sulla direzione in cui si sta muovendo l’apparato repressivo del Paese.
Una direzione confermata da quanto accaduto il giorno successivo in Piemonte, a La Cassa, dove un rave party non autorizzato ma pacifico — già in fase di sgombero spontaneo — è stato brutalmente represso. Tre camionette e almeno sessanta agenti in assetto antisommossa hanno circondato il capannone industriale dismesso dove si era svolta la festa. «Adesso ve la facciamo noi la festa», avrebbe detto un agente, prima delle cariche, come riporta Il Manifesto. I racconti parlano di ragazze inermi insultate e manganellate, mani alzate e urla “No violenza” ignorate, auto con ruote bucate e specchietti rotti a manganellate mentre cercavano di defluire. «C’erano persone molto giovani alla loro prima festa, piangevano spaventate e chiedevano di smetterla, ma niente», ha raccontato una testimone a Il Manifesto. Un'altra ha detto: «Io e altre ragazze siamo andate verso la celere con le mani alzate, a braccetto, abbiamo detto ‘vogliamo solo andare a casa, non vogliamo violenza’. Uno di loro si è tolto il casco e mi ha urlato ‘vaffanculo, puttana di merda’ e hanno ricominciato con i manganelli».
La repressione della manifestazione di Milano si inserisce però in un quadro normativo e politico che mostra contorni sempre più allarmanti. Soltanto ventiquattro ore prima, era entrato in vigore il nuovo decreto sicurezza, firmato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un provvedimento approvato con un’operazione che ha tutto il sapore del colpo di mano: il governo ha aggirato il dibattito parlamentare trasformando in Decreto Legge il Ddl Sicurezza (1660), criticato da giuristi, associazioni e opposizioni.
La Rete “A pieno regime” lo ha definito un “golpe burocratico”, un atto che svuota la democrazia parlamentare. Il nuovo decreto rafforza in modo preoccupante i poteri delle forze dell’ordine. Autorizza l’uso delle bodycam, ma senza numeri identificativi sugli agenti: uno strumento che dovrebbe garantire trasparenza, si trasforma così in una trappola. La tracciabilità degli abusi scompare.
Inoltre, gli agenti potranno portare armi personali anche fuori servizio. E in caso di procedimenti giudiziari, sarà lo Stato a coprire le spese legali fino a 10.000 euro per fase. La conseguenza è evidente: un incentivo implicito all’uso arbitrario della forza.
Ma non è tutto. Il decreto colpisce direttamente il dissenso: sit-in, blocchi stradali, picchetti, occupazioni potranno essere puniti con pene fino a due anni di carcere. Viene ampliato il Daspo urbano, anche senza sentenza definitiva. Nei CPR e nelle carceri, chi protesta rischia fino a otto anni. Il governo vuole introdurre il silenzio.
E mentre la repressione si intensifica, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi rincara la dose: «Oltre al decreto legge sicurezza appena varato, siamo determinati a portare avanti ogni ulteriore misura necessaria». La linea è chiara, come denuncia anche l’avvocato Nicolò Bussolati, presente a La Cassa a Il Manifesto: «Mi sembra che le scelte della questura seguano quelle del governo: aumentare la repressione di qualsiasi manifestazione sociale, culturale e politica eterodossa, indicando un sentiero che ci porta, passo dopo passo, verso un regime illiberale».
Una repressione preventiva, sistematica, selettiva. Il quadro che emerge è quello di una violenza direzionata. Mentre studenti, lavoratori e attivisti vengono caricati, le adunate neofasciste continuano a godere di impunità.
Ogni anno, a Roma, centinaia di nostalgici del Ventennio si riuniscono per il “rito del presente”, tra saluti romani e simboli vietati. Anche quest’anno: nessuna carica, nessun intervento, nessuna indignazione istituzionale. Al contrario, un giovane che aveva urlato “Viva la Resistenza” è stato fermato e identificato. Il messaggio è chiarissimo: se protesti contro il potere, vieni manganellato. Se inneggi a regimi criminali, nessuno ti tocca.
Non siamo di fronte a una semplice serie di abusi. Siamo davanti a un progetto politico preciso. La destra al governo sta sistematizzando la repressione del dissenso, l’uso sproporzionato della forza, il controllo autoritario degli spazi pubblici.
Le forze dell’ordine non agiscono nel vuoto. Le loro azioni sono frutto di ordini. E se oggi manganellano studenti, operai, giovani e attivisti, lo fanno perché qualcuno ha deciso che quel dissenso va represso.
Se chi scende in piazza viene manganellato, mentre chi inneggia al fascismo viene lasciato sfilare indisturbato, allora non siamo più in una democrazia piena. Siamo dentro un progetto autoritario in fase avanzata. Un progetto che trasforma la protesta in reato, la solidarietà in minaccia, l’attivismo in bersaglio.
E allora l’indignazione non può più bastare. Bisogna riconoscerlo per quello che è: un attacco frontale al diritto di resistere, di esprimersi, di partecipare.
E va fermato ora, prima che sia troppo tardi.