Il delivery da iPhone costa di più
di Tommaso ProverbioSempre più utenti stanno denunciando il fatto che il prezzo degli ordini tramite app di delivery può cambiare in base al telefono che si utilizza o alla zona in cui ci si trova.
Non si tratterebbe di un errore, ma di una scelta strategica. Le piattaforme di food delivery, infatti, pare che applichino il cosiddetto dynamic pricing, ovvero una tariffazione variabile basata sul profilo dell’utente.
Un sistema che analizza modello del dispositivo, posizione geografica e comportamenti d’acquisto per determinare quanto far pagare.
Il risultato? In molti casi, chi utilizza un iPhone può trovarsi a pagare fino al 10% in più rispetto a chi utilizza uno smartphone Android per lo stesso identico ordine. Questo perché i sistemi algoritmici delle app associano il possesso di un determinato telefono a una presunta capacità di spesa più elevata.
Le segnalazioni si moltiplicano online: utenti che mostrano differenze di prezzo anche consistenti tra due dispositivi usati nello stesso momento, nella stessa zona, per acquistare gli stessi prodotti. E mentre le piattaforme perfezionano i loro meccanismi di profilazione e aumentano i margini, a rimanere esclusi da questo guadagno sono spesso i lavoratori che rendono possibile il servizio.
Come abbiamo documentato più volte, i rider sono tra i soggetti più penalizzati dalla gig economy: sottopagati, precarizzati, privi di tutele stabili. Se esiste davvero un sovrapprezzo in base al tipo di utente, ci si chiede perché questo extra non venga utilizzato per garantire condizioni di lavoro più dignitose.
La tecnologia può essere uno strumento potente, ma va raccontata per quello che è: non solo un mezzo per semplificare la vita, ma anche un terreno di disuguaglianze e opacità che vale la pena indagare. Perché dietro ogni consegna, c’è qualcuno che pedala. E merita di essere visto.
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Non si tratterebbe di un errore, ma di una scelta strategica. Le piattaforme di food delivery, infatti, pare che applichino il cosiddetto dynamic pricing, ovvero una tariffazione variabile basata sul profilo dell’utente.
Un sistema che analizza modello del dispositivo, posizione geografica e comportamenti d’acquisto per determinare quanto far pagare.
Il risultato? In molti casi, chi utilizza un iPhone può trovarsi a pagare fino al 10% in più rispetto a chi utilizza uno smartphone Android per lo stesso identico ordine. Questo perché i sistemi algoritmici delle app associano il possesso di un determinato telefono a una presunta capacità di spesa più elevata.
Le segnalazioni si moltiplicano online: utenti che mostrano differenze di prezzo anche consistenti tra due dispositivi usati nello stesso momento, nella stessa zona, per acquistare gli stessi prodotti. E mentre le piattaforme perfezionano i loro meccanismi di profilazione e aumentano i margini, a rimanere esclusi da questo guadagno sono spesso i lavoratori che rendono possibile il servizio.
Come abbiamo documentato più volte, i rider sono tra i soggetti più penalizzati dalla gig economy: sottopagati, precarizzati, privi di tutele stabili. Se esiste davvero un sovrapprezzo in base al tipo di utente, ci si chiede perché questo extra non venga utilizzato per garantire condizioni di lavoro più dignitose.
La tecnologia può essere uno strumento potente, ma va raccontata per quello che è: non solo un mezzo per semplificare la vita, ma anche un terreno di disuguaglianze e opacità che vale la pena indagare. Perché dietro ogni consegna, c’è qualcuno che pedala. E merita di essere visto.