Se hai un iPhone, la pizza la paghi di più
Sempre più utenti stanno segnalando un’anomalia nei prezzi delle app di food delivery: lo stesso ordine può costare di più a seconda del dispositivo usato o della zona in cui ci si trova. Non si tratta di un errore, ma di una strategia algoritmica precisa. A determinare la cifra finale non è solo il ristorante o la distanza, ma anche il telefono che si utilizza, la zona da cui si ordina, l’orario, le abitudini di consumo.
È il cosiddetto “dynamic pricing”, un sistema di tariffazione variabile basato sul profilo dell’utente. Funziona così: l’app rileva automaticamente il modello di smartphone tramite l’user agent, individua la posizione geografica grazie alla geolocalizzazione, e analizza i comportamenti d’acquisto attraverso cookie e cronologia. A quel punto, applica un prezzo personalizzato. Secondo alcune analisi, chi utilizza un iPhone può trovarsi a pagare fino al 10% in più rispetto a chi ordina dallo stesso ristorante con un dispositivo Android. Non per una differenza reale nel servizio, ma perché l’algoritmo associa il possesso di un certo telefono a una maggiore disponibilità economica.
Negli Stati Uniti, questa pratica ha già fatto scattare una class action contro l’app DoorDash: la piattaforma è accusata di applicare una “tassa di consegna estesa” in modo non trasparente, colpendo più spesso gli utenti Apple. In rete, intanto, circolano screenshot e video comparativi che mostrano prezzi diversi per ordini identici, effettuati nello stesso momento e nella stessa zona. Intanto, a fronte di una tecnologia sempre più sofisticata nel segmentare l’utenza e massimizzare i margini, i rider continuano a operare in condizioni precarie. Pagati a consegna, spesso senza tutele contrattuali, rappresentano l’ultimo anello di una catena che si regge su lavoro sottopagato e assenza di garanzie.
Il risultato è un sistema che sfrutta ogni possibile margine di guadagno: profila il cliente per farlo spendere di più, e riduce al minimo il costo di chi consegna.