«Mia figlia morta ora è un chatbot»
di Tommaso ProverbioLa tecnologia ci promette un futuro sempre più connesso, ma a che costo? Jennifer Ann Crecente, assassinata nel 2006, è stata recentemente trasformata in un chatbot su Character.AI. Nessun permesso, nessuna approvazione della famiglia: solo un profilo online con il suo nome, la sua immagine e una descrizione che la dipinge come "giornalista ed esperta di videogiochi." Drew, il padre, ha scoperto il tutto grazie a una notifica Google. “Non potevo crederci,” ha raccontato. “L’idea che un chatbot faccia soldi con il volto di mia figlia assassinata è orribile.”
Questo non è un caso isolato. Siti e piattaforme sfruttano l’IA generativa per creare contenuti sempre più realistici, e TikTok ha visto proliferare video che replicano volti e voci di bambini scomparsi. Ma chi garantisce che tutto ciò venga fatto con rispetto? Su Black Mirror, episodi come Hated in the Nation mostrano un futuro dove la tecnologia sfugge al controllo, mettendo a rischio la nostra umanità. La realtà, però, è già qui.
Nonostante i richiami di esperti come Rick Claypool, le aziende sembrano più interessate al profitto che alla dignità delle persone coinvolte. Public Citizen sottolinea che i legislatori devono intervenire: non basta ascoltare i CEO delle Big Tech. "Servono norme chiare per proteggere i diritti di chi subisce questi abusi," dichiara Claypool.
La storia di Jennifer è un monito. La tecnologia può essere uno strumento potente, ma senza regole chiare rischia di trasformare il dolore in intrattenimento e i ricordi in merce. Oggi è toccato alla famiglia Crecente. Domani, chi sarà il prossimo?