Potenza Brutale, la città si riprende il suo cemento
di Alessia CaliendoPer questo contenuto ci è arrivata una richiesta di rettifica, che abbiamo pubblicato integralmente qui.
Di Potenza si dice spesso che non sappia farsi guardare. Non ha il mare da mettere in copertina, né un’immagine capace di riassumerla in pochi secondi. Ha strade in salita, grandi edifici di cemento, pioggia che scurisce le facciate. A uno sguardo frettoloso può sembrare poco. Eppure il racconto della città comincia proprio da ciò che, per anni, è stato considerato difficile da mostrare.
Siamo abituati a scegliere i luoghi attraverso segni immediatamente riconoscibili. Potenza sfugge a questo repertorio. Per una città del Sud senza mare e senza grandi rovine, il confronto con quell’immaginario pesa ancora di più. Così tutto ciò che non coincide con la promessa turistica finisce facilmente ai margini, liquidato come brutto, poco interessante o semplicemente inadatto a diventare una destinazione.
Per chi ha fondato Potenza Brutale, sentirsi orgogliosi della propria città non è mai stato scontato. Il progetto nasce anche dal desiderio di guardarla senza assumere come definitivo il giudizio degli altri.
Fondato dai creativi locali Alberto Allegretti, Aldo Mucciarone e Giulio Cicchetti, prende ciò che per anni è stato usato contro la città e lo mette al centro dell’inquadratura. Fotografie, video e attività sul territorio costruiscono un racconto visivo in cui le forme dominano lo spazio, mentre la presenza umana resta spesso laterale, sufficiente a suggerire la scala e la funzione degli edifici. Il simbolo è un blocco di cemento da quindici chili, oggetto comune e quasi respingente, trasformato in segno di appartenenza.
Lo sguardo, però, non si ferma alla superficie. La chiesa Don Bosco, progettata da Aldo D’Addario ed Elio Piroddi, riprende elementi familiari dell’architettura religiosa e li porta nella lingua del cemento. All’interno, la luce delle vetrate cambia la temperatura dello spazio e rende la struttura una cornice per la vita del quartiere. Il Palazzo di Giustizia, progettato da Amerigo Lapenna con Luciano Petracca e Franco De Pascali, nasce nel 1972 e viene completato nel 1990. Volumi, corti interne, aggetti e finestre a nastro restituiscono l’idea di un’istituzione che voleva farsi materia, autorevole e visibile. L’edificio di via Messina racconta un altro spaccato: il bisogno di case, la crescita demografica, le conseguenze di un terremoto devastante, l’ambizione di trasformare un piccolo comune nel centro funzionale di un’intera regione.
Dentro una facciata seriale si leggono le pressioni abitative, nelle grandi dimensioni di un edificio pubblico resta la fiducia riposta nelle istituzioni, nei rapporti tra cemento e natura emerge una città costruita per strati. Ogni volume conserva una promessa, anche quando quella promessa è rimasta incompleta. L’architettura registra ciò che una comunità desiderava, temeva o pensava di poter risolvere costruendo.
Qui il progetto diventa più interessante di una semplice operazione estetica. Sarebbe facile trasformare il brutalismo in un nuovo fondale alla moda, fotografare superfici grezze, stampare una maglietta e lasciare tutto com’era. Potenza Brutale prova invece a riportare quelle immagini nel territorio. La sua roadmap comprende collaborazioni con fotografi, tour, eventi, una fanzine, una mappa dell’architettura brutalista, masterclass e percorsi audio.
Resta una contraddizione, ed è giusto che resti. Rivendicare il cemento non cancella gli errori evidenti, le urgenze sociali o le ambizioni fallite. Chiamare capolavoro ciò che altri giudicano brutto può liberare lo sguardo, ma può anche diventare una posa se dimentica le persone che quegli spazi li attraversano ogni giorno.
Potenza, intanto, resta com’è: ripida, piovosa, attraversata da edifici che non cercano di piacere. Potenza Brutale non li addolcisce. Li rimette davanti agli occhi di chi passa e di chi, vedendoli ogni giorno, aveva quasi smesso di notarli. A volte basta questo per cambiare il rapporto con un luogo: smettere di abbassare lo sguardo e riconoscere, dentro ciò che ci sembrava soltanto grigio, una parte della nostra storia.