Dire «non tutti gli uomini» non ha senso
Secondo il nuovo Rapporto Eures, tra l’1 gennaio e il 20 ottobre 2025 in Italia sono state uccise 85 donne. Nonostante il lieve calo rispetto alle 102 vittime registrate nello stesso periodo del 2024, l’incidenza dei femminicidi sul totale degli omicidi è la più alta mai rilevata: più di una vittima su tre è donna. Il quadro mostra con chiarezza che la violenza non arriva da sconosciuti, ma quasi sempre da chi è più vicino: il 67,9% delle vittime è stato ucciso dal marito o convivente, il 26,8% dall’ex partner e il 5,4% da partner o amanti.
Numeri che testimoniano quanto la violenza di genere non sia un’emergenza episodica, ma un fenomeno radicato, a partire dalle convinzioni sugli stereotipi, come quelle del ministro Nordio, secondo cui «il maschio non accetta la parità» perché «il suo codice genetico fa resistenza».
In questo contesto, di contrasti tra evidenze sconcertanti e dichiarazioni inopportune, c’è una frase che riecheggia spesso quando si parla di violenza di genere: “non tutti gli uomini”. Per quanto detta in buona fede, la frase perde di senso perché sposta lo sguardo dalla violenza al timore maschile di essere chiamato in causa. Invece di ascoltare chi denuncia un abuso, finisce per mettere al centro l’ego maschile, come se fosse più urgente difendere la propria innocenza che riconoscere e affrontare il dolore delle donne.
In realtà, nessuno sostiene che tutti gli uomini siano violenti. Ciò che si denuncia è un sistema che permette, minimizza o giustifica le violenze. «Per me la violenza non è qualcosa di maschile né inerente agli uomini. Non penso che provenga dagli abissi interiori degli uomini o che sia inscritta in una definizione necessaria della mascolinità», ha scritto Judit Butler. «Possiamo parlare di strutture di dominio maschile, o di patriarcato, e in quei casi sono le strutture sociali che dobbiamo impegnarci a smantellare». Superare questa frase, quindi, significa cambiare prospettiva: non difendere le strutture precostruite, ma interrogarsi sul proprio ruolo. Significa passare dall’essere spettatori a essere alleati, dal “io non c’entro” al “cosa posso fare nel mio piccolo perché smetta di accadere”.