In certe situazioni cibo e sesso diventano intercambiabili, dipende solo dal significato che scegliamo di attribuirgli. Prendiamo, per esempio le emoji o : basta inserirle nel giusto contesto e il loro senso cambia. Oppure pensa alla frase “l’appetito vien mangiando”: non vale solo per la fame. È applicabile anche al desiderio sessuale responsivo: quello che magari all’inizio non c’è, ma poi, bacio dopo bacio, arriva. E anche se ce ne siamo dimenticati, quando una decina di anni fa abbiamo iniziato a postare a raffica foto di cibo, inserire l’hastag #foodporn era quasi un obbligo. Ora, invece, è il tempo dei creator che, a petto nudo su TikTok, cucinano in maniera oltremodo ammiccante.

 

Eppure, c’è qualcosa di molto più antico che lega in maniera indissolubile sesso e il cibo: la sitofilia, ovvero il feticismo che porta alcune persone a provare desiderio sessuale attraverso il cibo. Può manifestarsi con il suo utilizzo nel food play in forma attiva sul partner, oppure in forma passiva su se stessi, a fini masturbatori o voyeristici. Succede, e per chi potrebbe pensare sia “anormale”, ricordiamo che la “normalità” è un concetto sociale mutevole: per esempio, come spiega Foucault, nel XVIII chi si masturbava (con le proprie mani e basta) veniva considerato anormale. L’importante, piuttosto, è agire sempre col consenso di chi è coinvolto e in sicurezza, anche per chi vuole “sperimentare per gioco”: meglio evitare, come spiegano diversi forum, certi cibi sui genitali o di finire al pronto soccorso perché è rimasto incastrato qualcosa (ma questi sono casi davvero estremi).

 

Inoltre, l’utilizzo del cibo in alcune esperienze può essere considerato multisensoriale e raffinato come nel caso del body sushi, o disordinato e “sporco” come nel caso dello sploshing (feticismo che prevede che ci si spalmi addosso dei fluidi non corporei, volendo anche sotto i vestiti, per esempio panna o miele). In ogni caso, tra le varie parafilie, insieme a quella dei piedi a partire da Quentin Tarantino, la sitofilia è tra le più sdoganate e rappresentate: l’iconica scena in “Chiamami col tuo nome” di Timothee Chalamet con la pesca”, per dire, è davvero difficile da dimenticare.