Sì, è ok mangiare da soli al ristorante
di Vincenzo LigrestiQuando una persona è sola al ristorante, non ci fate caso, pensate “chissà come mai” o siete proprio voi? La domanda non ha nulla di pretestuoso: In Italia, dove la tavola vuol dire convivialità, prenotare per una persona non è mai stata una pratica diffusa. Ma qualcosa sta cambiando: secondo TheFork, nel 2024 le prenotazioni effettuate sulla piattaforma per una persona hanno rappresentato il 4,1% del totale, con una crescita del 15,3% rispetto al 2023. Si tratta di una piccola nicchia, se si pensa che alcuni utenti hanno effettuato più prenotazioni, ma non è un dato da poco. Soprattutto se confrontato con la (poco più alta) media complessiva del 4,6% registrata nei sette paesi analizzati dalla piattaforma, che oltre a Italia, Francia, Spagna e Portogallo, include anche Regno Unito e Paesi Bassi, dove è più comune vedere persone pasteggiare in solitaria.
Come riporta Cnn, anche grazie ai fast-restaurant (come le poké house, per intenderci, che propongono pranzi e cene veloci), pure negli Stati Uniti si è registrato un aumento delle prenotazioni per una persona: secondo la piattaforma Opentable (simile a TheFork), nell’ultimo anno le prenotazioni per una persona sono aumentate dell’8%, e il 68% della Gen Z e dei Millennial avrebbe occupato almeno una volta un solo posto al ristorante. Ultimamente, quindi, si parla sempre più spesso di “solo dining”: ovvero della pratica di prenotare al ristorante per stare con sé stessi, godersi il cibo e immergersi nell’esperienza, magari leggendo un libro o vedendo una serie tv sullo smartphone. Si tratta di un cambiamento che ne riflette altri: come l’apprezzamento del grande pubblico per il cibo, a partire dalla “foodification” dei social, iniziata con le foto a “cappuccino e brioche” ed evolutasi (al momento) in reel e TikTok che consigliano ristoranti e nuove aperture.
Ma, più in generale, i motivi per cui si mangia da soli al ristorante possono essere molteplici, e riguardano spesso la comodità: se sei in trasferta, in smart working, sei in pausa e non hai portato il pranzo da casa, o non hai voglia di cucinare, un posto vicino e soprattutto adatto è una scelta ottimale. Per venire quindi incontro all’aumento di richieste, negli Stati Uniti molti ristoranti stanno modificando i loro spazi, aumentando i tavoli singoli e i posti al bancone. Ad esempio, Avant Garden, un ristorante a New York, ha introdotto il "Table for One": un tavolo con un menù speciale da quattro portate pensato per una persona.
E in effetti, dopo il grande periodo dei tavoli in sharing, aggiungere tavoli adatti a una persona o posti a sedere al bancone è qualcosa che si sta registrando anche in città come Milano, dove listening bar, fast restaurant e enoteche con cucina sono tra i trend del momento. In Giappone, invece, dove c’è grande rispetto per gli spazi comuni, la tendenza a mangiare da soli è iniziata decenni fa, ed è più socialmente accettata. In una città immensa come Tokyo, per esempio, il viaggio di ritorno dal lavoro può essere molto lungo, e diverse persone preferiscono mangiare qualcosa di veloce prima di mettersi in viaggio. Per esempio, l’economica catena Ichin Ramen, fondata negli anni sessanta, è nota per le sue cabine semi private.
Insomma, viviamo in periodo di cambiamento, in cui se da un lato i media raccontano “un’epidemia di solitudine” dovuta all’iperconessione, alla frammentazione sociale e a ritmi sempre più frenetici, dall’altra descrivono il solo dining, spesso romanticizzandolo a prescindere. Semplicemente, forse, è qualcosa che sta accadendo. Per dirne una, nonostante gli italiani vengano descritti (e anche a ragione) come molto permalosi quando si parla di cibo, il New York Times ha scritto che il nostro pranzo domenicale “lento”, spesso in famiglia, e massima espressione immaginifica della nostra ritualità legato al cibo, è una “festa languida” che gradualmente sta perdendo centralità nella nostra cultura, così come mangiare da soli al ristorante non è più così insolito.
Un aspetto positivo è che in questi anni nel nostro paese sarebbe venuto quindi un po’ meno, soprattutto tra le persone più giovani, quello che viene definito in psicologia lo “spotlight effect”: il fenomeno per cui tendiamo a sovrastimare il grado in cui gli altri notano e giudicano, “Che penserà la gente vedendomi solo al ristorante?". Eppure, sia da osservatori che protagonisti, il percorso per instillare l’idea che essere volutamente in compagnia di sé stessi a tavola o esserlo perché non si aveva scelta siano due cose assolutamente diverse è ancora in corso. Mangiare con se stessi al ristorante può essere triste se non hai altra scelta, una scelta neutra nelle contingenze, o incredibilmente appagante se è un momento che hai fortemente voluto. In tutti questi casi: buon appetito.