L’8 agosto abbiamo seguito l’annuale corteo No Ponte a Messina. Nelle scorse ore Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, vicepresidente del Consiglio e principale promotore del Ponte sullo Stretto, ha ritagliato e ripubblicato sui propri canali social un breve spezzone del reel che abbiamo realizzato. Nella clip scelta dal ministro, una manifestante definisce il Ponte un’opera coloniale, un atto di estrattivismo imposto da un Governo centrale guidato da un leghista, esponente di una forza politica che per anni ha sostenuto posizioni apertamente secessioniste.

Quei pochi secondi sono soltanto un frammento di interventi molto più articolati: i manifestanti mettono in relazione la questione palestinese con le battaglie contro le grandi opere e contro i processi di depredazione dei territori. Ponte sullo Stretto e Tav vengono ricondotti a una riflessione più ampia sul rapporto tra infrastrutture, sfruttamento delle risorse, trasformazione dei territori e conflitti sociali. Per chi partecipa a queste mobilitazioni, il riferimento alla trasversalità delle lotte non è una provocazione estemporanea. È parte di un’elaborazione politica che, soprattutto negli ultimi anni, ha assunto il colonialismo come chiave di lettura dei rapporti di potere, dell’appropriazione delle risorse e della subordinazione dei popoli.

Il ministro prende pochi secondi, li estrapola, li rallenta e li accompagna con un commento indignato. Una scelta tutt’altro che neutra, perché trasforma una persona qualunque in un bersaglio per una platea social enormemente più grande della sua. È questa sproporzione a rendere discutibile l’operazione: un esponente del Governo utilizza la propria forza comunicativa per isolare una persona e consegnarla all’indignazione e agli insulti della propria comunità digitale. Una comunità già fortemente polarizzata, nella quale la critica politica può trasformarsi in pochi minuti in aggressione personale.

Già in passato, proprio sul tema del Ponte, Salvini aveva utilizzato i propri canali per esporre al dileggio un altro giovane messinese. A questo punto la domanda è semplice: perché non entrare nel merito? Il ministro potrebbe discutere delle ragioni di chi si oppone al Ponte, dell’impatto dell’opera sul territorio, dei costi, delle conseguenze ambientali, dei cantieri e del modello di sviluppo che questa infrastruttura rappresenta. Rispondendo magari alle numerose critiche proposte dalla Corte dei Conti.

Nel messinese, il progetto coinvolge luoghi delicatissimi come Capo Peloro, i laghi di Ganzirri e Torre Faro, oltre a incidere sulla vivibilità dell’intera città, destinata a essere interessata da anni di cantieri e trasformazioni. Parliamo inoltre di un’opera dal costo previsto di circa 13,5 miliardi di euro, il più grande investimento mai programmato in Italia per una singola infrastruttura. Il Ponte è diventato per Salvini una bandiera politica e uno strumento attraverso il quale costruire un nuovo rapporto con il Mezzogiorno. Proprio per questo meriterebbe un confronto pubblico all’altezza della sua portata, non una guerra a colpi di frame.

Ci aspettiamo che un ministro difenda il proprio progetto, che critichi chi lo contesta e che sostenga le proprie ragioni. Quello che non dovrebbe essere normale è utilizzare la propria enorme esposizione pubblica per estrarre poche parole dal discorso di una ragazza, privarle del contesto e trasformarle in materiale per l’aggressione della propria platea. Se Salvini ritiene che il concetto di colonialismo non abbia nulla a che vedere con il Ponte, lo spieghi. Se considera sbagliata quella lettura, la confuti. Se ritiene infondate le ragioni dei No Ponte, le affronti. Quello che non dovrebbe fare è usare il proprio potere per mettere una persona qualunque nelle condizioni di diventare il bersaglio di migliaia di sconosciuti. Questa non è una questione di sensibilità personale. È una questione di responsabilità.