Oggi il governo Meloni ha risposto all’interpellanza urgente del M5S, che chiedeva chiarimenti sull’infiltrazione di cinque agenti della polizia all’interno di Potere al Popolo, rivelata da un’inchiesta di Fanpage.it. «Gli operatori non hanno mai svolto attività di infiltrazione in alcun partito o movimento politico», ha dichiarato il sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco.
«Hanno solo partecipato a manifestazioni pubbliche organizzate da aggregazioni studentesche con connotazioni estremistiche, che avevano manifestato una crescente aggressività».
Prisco ha quindi confermato l’attività di controllo legata al movimento, motivandola con ragioni di sicurezza, e aggiungendo che «l'attività in questione è stata svolta da agenti iscritti regolarmente nelle università, dove frequentano lezioni e sostengono esami, con le loro vere generalità, non hanno mai operato sotto copertura».

Ma per Giuliano Granato, portavoce nazionale di Potere al Popolo, si tratta a tutti gli effetti di una conferma dello spionaggio politico: «Il Governo ha ammesso l’infiltrazione dei cinque agenti di polizia, ma non ha detto tutta la verità», spiega Granato a VD. «Prisco ha detto che hanno soltanto partecipato a manifestazioni organizzate da aggregazioni studentesche, ma è falso. Abbiamo prove che hanno preso parte a un’assemblea nazionale di Potere al Popolo, riunioni interne, momenti privati, chat organizzative. Erano pienamente inseriti nella vita interna dell’organizzazione».

Granato aggiunge che i cinque poliziotti, tutti appena diplomati e trasferiti all'antiterrorismo, sono stati infiltrati in due movimenti studenteschi e giovanili legati organicamente a Potere al Popolo: «I cinque poliziotti sono finiti in due sole organizzazioni giovanili, entrambe riconducibili a noi. In questo Paese esistono – per fortuna – centinaia di movimenti giovanili, ma guarda caso hanno infiltrato soltanto i nostri».

«Ci dispiace anche un po’ – ha aggiunto ironicamente Granato – perché ci eravamo quasi affezionati alla versione romantica dei poliziotti innamorati di cinque militanti.
Ma oggi, con la conferma che si trattava di un’operazione coordinata dalla Direzione dell’antiterrorismo, quella favola è finita. E noi continueremo a pretendere la verità: vogliamo sapere perché è stato infiltrato un partito politico. Perché è di questo che si tratta».

Solo pochi giorni fa, un gruppo di cittadine e cittadini – tra cui esponenti del mondo accademico, culturale e sociale come Zerocalcare, Carlo Rovelli, Luigi de Magistris e Mimmo Lucano – ha promosso un appello pubblico per chiedere chiarezza e trasparenza sull’accaduto. Il testo, consultabile e firmabile online, contiene alcune richieste precise: che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si esprimano pubblicamente, anche in Parlamento; che vengano chiariti i contorni e le responsabilità dell’operazione; che si apra un confronto trasparente sul ruolo e sui limiti costituzionali delle forze di polizia di prevenzione e dell’intelligence interna; e che siano riaffermate con decisione le garanzie democratiche contro ogni forma di sorveglianza e repressione del dissenso politico.

«In una democrazia, il dissenso politico non è materia per i servizi di sicurezza – si legge nell’appello –. Nessuna forza dell’ordine dovrebbe infiltrarsi in un partito politico senza un preciso fondamento giuridico. Nessun governo dovrebbe permettere o tollerare che lo Stato impieghi i suoi strumenti di sorveglianza per monitorare chi partecipa attivamente alla vita pubblica».

Il caso, inoltre, non appare isolato. Negli ultimi mesi è emerso che diversi giornalisti e attivisti italiani sono stati spiati con Graphite, uno spyware militare sviluppato dall’azienda israeliana Paragon Solutions. Anche in questo caso, le istituzioni non hanno fornito risposte ufficiali. Secondo i promotori dell’appello, si starebbe consolidando «una normalizzazione della sorveglianza del dissenso, della criminalizzazione della solidarietà, dell’uso strumentale dell’apparato repressivo».