A meno di un mese dal voto sui cinque referendum abrogativi dell’8 e 9 giugno, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) ha emesso un formale richiamo nei confronti della Rai e delle emittenti televisive e radiofoniche nazionali. Il motivo? La quasi totale assenza di informazione sui quesiti referendari. Una negligenza tanto grave da sembrare un vero e proprio boicottaggio istituzionale della partecipazione democratica.

I numeri parlano chiaro: secondo i dati ufficiali del monitoraggio Agcom, tra il 9 aprile e il 10 maggio le principali reti televisive hanno dedicato ai referendum meno dell’1% del tempo d’informazione. In particolare, la Rai meloniana ha totalizzato una media dello 0,62%. Ancora peggio fa Mediaset, ferma a uno scandaloso 0,45%. Meglio – si fa per dire – vanno La7 e Sky Italia, con una copertura rispettivamente dello 0,75% e dello 0,82%. Ma siamo comunque su livelli inaccettabili, tanto che l’Agcom ha invitato tutte le emittenti a garantire «un’informazione corretta, imparziale e completa» sui quesiti referendari. L'assenza nei palinsesti si traduce infatti in un vuoto informativo che mette in discussione le basi stesse della democrazia.

Le proteste contro questo silenzio non si sono fatte attendere. Ieri il deputato Riccardo Magi si è presentato alla Camera dei deputati vestito da fantasma per denunciare l’invisibilità mediatica dei referendum. In serata, gli attivisti di Referendum Cittadinanza hanno proiettato il simbolo del quesito referendario sulla facciata di Palazzo Chigi, un gesto simbolico per cercare di rompere il muro del silenzio istituzionale. Nei giorni scorsi, lo stesso comitato ha lanciato una petizione pubblica indirizzata ai vertici della Rai e alla Commissione di Vigilanza, denunciando l’assenza totale di copertura nei palinsesti televisivi:
«Non un servizio, non un approfondimento, non un dibattito. Zero minuti. Zero informazione. Zero democrazia», si legge nel testo, che prosegue:
«Oscurare deliberatamente il referendum significa negare ai cittadini la possibilità di scegliere consapevolmente. Significa calpestare il diritto all’informazione. Significa indebolire il patto democratico su cui si fonda la Repubblica».

In effetti, nelle ultime settimane esponenti del governo non hanno nascosto la volontà di spingere verso l’astensione per far fallire il quorum (fissato al 50%+1 degli aventi diritto). Il primo a dirlo esplicitamente è stato Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia. A seguire, altri rappresentanti della maggioranza, tra cui Ignazio La Russa, presidente del Senato, che ha dichiarato: «Farò propaganda affinché la gente se ne stia a casa». Una posizione, questa, che ha giustamente suscitato l’indignazione delle opposizioni, del comitato Referendum cittadinanza e della CGIL, promotori del referendum.

È bene ricordare che i quesiti sottoposti al voto sono cinque: quattro riguardano il mondo del lavoro, uno il tema della cittadinanzaIl primo quesito propone di abolire il contratto a tutele crescenti del Jobs Act, ripristinando il diritto al reintegro per tutti i lavoratori licenziati illegittimamente, a prescindere dalla data di assunzione. Il secondo punta a eliminare il limite massimo all’indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato nelle piccole imprese. Il terzo chiede di abrogare le norme che consentono alle imprese di assumere a tempo determinato senza indicare una giustificazione nei primi 12 mesi di contratto. Se vincesse il sì, dunque, le imprese dovrebbero motivare l’assunzione a tempo determinato fin dal primo giorno. Il quarto mira ad estendere la responsabilità agli appaltatori in caso di incidenti a lavoratori in subappalto. Il quinto e ultimo quesito propone di ridurre da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale in Italia per gli stranieri extracomunitari maggiorenni che desiderano chiedere la cittadinanza italiana.

L’8 e il 9 giugno, milioni di italiani saranno chiamati a esprimersi su temi fondamentali per il lavoro, la giustizia sociale e l’inclusione. Ma per esercitare davvero questo diritto, è indispensabile essere informati. Il silenzio dei media, e in particolare della Rai – che per legge dovrebbe garantire un servizio pubblico imparziale – non è un fatto neutro: finisce per avvantaggiare chi punta sul disinteresse e sull’astensione, sabotando la partecipazione popolare. In un Paese in cui la democrazia si misura anche dal livello di accesso all’informazione, lasciare volontariamente i cittadini senza notizie sul referendum non è una semplice omissione: è una strategia di oscuramento che impoverisce il dibattito pubblico, una deriva da regime pericolosa, che mina la fiducia nelle istituzioni e va fermata subito.