Il prossimo 8 e 9 giugno si terranno in Italia i referendum abrogativi, in concomitanza con i ballottaggi delle elezioni amministrative. Gli italiani saranno chiamati a esprimersi su cinque quesiti. I primi quattro quesiti riguardano il mondo del lavoro e sono stati promossi dal sindacato CGIL guidato da Maurizio Landini con una raccolta firme pubblica, che ha raccolto oltre quattro milioni di adesioni. Il quinto quesito referendario riguarda invece la richiesta di cittadinanza italiana ed è stato promosso inizialmente dal segretario di +Europa, Riccardo Magi, oltreché dai partiti Possibile, Partito Socialista Italiano, Radicali Italiani e Rifondazione Comunista e numerose associazioni della società civile, con una raccolta firme, avvenuta anche digitalmente, che ha raccolto più di 637 000 firme. All'inizio, i promotori avevano previsto un sesto referendum sul tema dell'autonomia differenziata, ma il relativo quesito è stato dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale. I seggi saranno aperti dalle 7:00 alle 23:00 di domenica 8 giugno e dalle 7:00 alle 15:00 di lunedì 9. Potranno partecipare anche i fuori sede che hanno fatto richiesta entro il 5 maggio, così come gli iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) e chi si trova temporaneamente all'estero per lavoro, studio o cure mediche.

Perché andare a votare al referendum su lavoro e cittadinanza?

Cos’è un Referendum Abrogativo?

In un referendum abrogativo, gli elettori sono chiamati a esprimersi su una specifica norma, con la possibilità di cancellarla o mantenerla invariata. L'8 e il 9 giugno con il voto favorevole si può abrogare una legge o una parte di essa, mentre con il voto contrario si preserva l’attuale stato delle cose. Affinché la consultazione sia ritenuta valida, è necessario che la partecipazione al voto raggiunga il quorum, che per i referendum abrogativi è fissato al 50% più uno degli aventi diritto. Vediamo ora nel dettaglio cosa prevedono i cinque quesiti referendari.

 

Primo quesito - «Contratto di lavoro a tutele crescenti - Disciplina dei licenziamenti illegittimi: Abrogazione»

Il primo quesito riguarda l’abolizione del contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act, che limita la possibilità di reintegro nel posto di lavoro per chi viene licenziato illegittimamente. Attualmente, un lavoratore a tempo indeterminato in un’azienda con più di 15 dipendenti non può essere reintegrato se il licenziamento viene dichiarato illegittimo, salvo che non sia stato assunto prima del 7 marzo 2015. Per i lavoratori assunti prima di quella data, infatti, continua a valere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che prevede il reintegro in caso di licenziamento ingiustificato. Per chi è stato assunto dopo quella data, invece, si applica il regime delle tutele crescenti, che prevede un’indennità economica variabile in base all’anzianità di servizio, tra le 12 e le 36 mensilità. Negli anni, questo sistema è stato modificato da interventi legislativi e sentenze dei tribunali, che hanno reso più flessibile la norma e in alcuni casi hanno aperto alla possibilità di reintegro anche per chi rientra nel regime delle tutele crescenti.

Secondo quesito - «Piccole imprese - Licenziamenti e relativa indennità: Abrogazione parziale»

Il secondo quesito propone di eliminare il limite massimo all’indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato nelle piccole imprese, con l’intento di rafforzare le tutele per i lavoratori. Oggi, chi lavora in un’impresa con meno di 16 dipendenti e viene licenziato senza giusta causa può ottenere un risarcimento economico che non supera le sei mensilità. Il referendum chiede di abolire questo limite: in caso di vittoria del Sì, chi sarà licenziato in queste realtà potrebbe ottenere un risarcimento più consistente. Questo quesito riguarda le microimprese, come negozi, piccole officine o laboratori artigianali, per le quali si applicano regole meno rigide rispetto alle aziende di maggiori dimensioni.

Terzo quesito - «Abrogazione parziale di norme in materia di apposizione di termine al contratto di lavoro subordinato, durata massima e condizioni per proroghe e rinnovi»

Il terzo quesito propone di abrogare le norme che consentono alle imprese di assumere a tempo determinato senza indicare una giustificazione nei primi 12 mesi di contratto. Attualmente, le cosiddette causali – ossia la motivazione per cui viene assunto un lavoratore a tempo determinato (ad esempio, un aumento temporaneo della produzione) – sono obbligatorie solo se il contratto supera l’anno. Se vincesse il Sì, le aziende dovrebbero specificare la causa anche per contratti più brevi. Questa regola esisteva già in passato, ma è stata modificata con il tempo. Ripristinare l’obbligo di motivazione fin dall’inizio avrebbe l’obiettivo di limitare l’abuso dei contratti a termine, rafforzando la tutela dei lavoratori. Tuttavia, alcuni temono che questa norma possa mettere in difficoltà le imprese, soprattutto quelle che si trovano ad affrontare esigenze impreviste o non programmabili.

Quarto Quesito - «Esclusione della responsabilità solidale del committente, dell'appaltatore e del subappaltatore per infortuni subiti dal lavoratore dipendente di impresa appaltatrice o subappaltatrice, come conseguenza dei rischi specifici propri dell'attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici: Abrogazione»

Il quarto quesito riguarda la sicurezza sul lavoro e propone di abrogare la norma che limita la responsabilità dell’impresa committente in caso di infortuni subiti dai lavoratori in subappalto. Oggi, se un lavoratore subisce un incidente sul lavoro mentre lavora per una ditta subappaltatrice, può chiedere risarcimento solo all’impresa che lo ha direttamente assunto, e non all’azienda che ha commissionato l’opera. Il quesito referendario chiede di estendere la responsabilità anche al committente, introducendo la cosiddetta responsabilità in solido: ciò permetterebbe al lavoratore di chiedere il risarcimento sia al datore di lavoro diretto che all’impresa committente. Questa proposta nasce dal fatto che nelle grandi opere la catena di appalti e subappalti è lunga e complessa, e l’attuale normativa rischia di lasciare scoperto il lavoratore sul piano della tutela. Votando Sì, si intende aumentare la responsabilità delle imprese per garantire maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro. Chi vota No, invece, ritiene che la normativa attuale sia giusta, poiché il subappaltatore deve farsi carico dei rischi legati alla propria attività, incluse le misure di sicurezza.

Quinto quesito - «Cittadinanza italiana: Dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana».

L'ultimo quesito propone di ridurre da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale in Italia per gli stranieri extracomunitari maggiorenni che desiderano chiedere la cittadinanza italiana. L’obiettivo è agevolare l’integrazione di chi vive stabilmente in Italia, permettendo un accesso più rapido alla cittadinanza. In particolare, il quesito chiede di modificare l’articolo 9 della legge 91 del 1992, che attualmente prevede un periodo di residenza ininterrotta di almeno dieci anni. In Italia vivono circa 2,5 milioni di cittadini extracomunitari di lunga data, e la riduzione del periodo di residenza potrebbe accelerare l’ottenimento della cittadinanza anche per i loro figli. Infatti, quando uno dei genitori ottiene la cittadinanza, i figli minori conviventi acquisiscono automaticamente la cittadinanza italiana. Il referendum non modifica gli altri requisiti per ottenere la cittadinanza, come la conoscenza della lingua italiana, un reddito adeguato, l'assenza di precedenti penali, l’adempimento degli obblighi fiscali e il rispetto delle norme di sicurezza.

Che cosa significa non avere la cittadinanza?

 

Le posizioni dei partiti

Sulle posizioni dei partiti riguardo ai quesiti referendari, la maggioranza di governo ha prevalentemente optato per l'astensione: il presidente del Senato Ignazio La Russa ha annunciato di voler fare propaganda affinché «la gente se ne stia a casa». Fa eccezione, all'interno della maggioranza di Governo che fa capo a Fratelli d'Italia e Giorgia Meloni, la posizione di Noi Moderati di Maurizio Lupi, che ha annunciato la sua contrarietà su tutti e cinque i quesiti, pur facendo sapere di partecipare al voto "convintamente". Dal lato dell'opposizione, invece, Partito Democratico (Pd) e Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) si schierano a favore di tutti e cinque i sì, sostenendo così una serie di modifiche che riguardano il mondo del lavoro e la cittadinanza. Il Movimento 5 Stelle, invece, ha scelto una posizione più articolata: sosterrà i quattro sì sui referendum relativi al lavoro, mentre sulla questione della cittadinanza lascia libertà di coscienza ai suoi iscritti. In controtendenza, Italia Viva ha annunciato che sosterrà il no ai quesiti riguardanti il Jobs Act, mentre si schiera a favore del sì per la modifica della legge sulla cittadinanza. Una posizione simile è stata espressa anche da Azione, che seguirà la stessa linea di Italia Viva.