In tutta Europa gli agricoltori invecchiano e le aziende agricole si riducono, mentre - paradossalmente - cresce tra i consumatori la richiesta di prodotti locali e filiere corte. Il caso del Belgio è emblematico: negli ultimi trent’anni è scomparsa più della metà delle aziende agricole, soprattutto per l’assenza di un ricambio generazionale. In Vallonia oggi restano 12.500 fattorie attive, ma il 67% degli agricoltori ha più di 55 anni e l’80% non ha un successore. Molti figli scelgono altri mestieri, scoraggiati da salari bassi, prospettive incerte e un lavoro spesso fisicamente estenuante. I dati emergono dal documentario Le fattorie belghe sono in pericolo di Paul-Louis Godier e Julie Leduc per Arte Tv. Una tendenza che riguarda gran parte del continente: in Spagna e in Italia, ad esempio, il 67% degli agricoltori ha superato i 55 anni.

In Italia il problema è amplificato dal costo dei terreni, oggi il principale ostacolo per chi vorrebbe avviare un’impresa agricola senza poter contare su un patrimonio familiare. Secondo il Centro Studi Divulga, nel 2024 le aziende guidate da under 40 erano poco più di 52mila su 704mila totali. Nonostante ciò, il nostro Paese è comunque quarto in Europa per quota di giovani occupati in agricoltura (9,8%), dopo Polonia, Romania e Francia. Ma la struttura demografica resta sbilanciata: secondo la Commissione Europea l’età media degli agricoltori nell’UE è di 57 anni e appena il 12% ha meno di 40 anni, uno squilibrio che mette a rischio nel lungo periodo sicurezza alimentare, autonomia strategica e sostenibilità del settore.

La Romania rappresenta una parziale eccezione, con un cittadino su cinque che lavora ancora in agricoltura, la quota più alta dell’Unione. Eppure anche qui il settore fatica ad attrarre nuove leve. «Prima dell’era comunista l’80% dei romeni viveva in campagna - spiega nel documentario la ricercatrice Monica Tudor dell’Istituto di economia agricola di Bucarest -. Con l’industrializzazione, il trasferimento in città è stato vissuto come un avanzamento sociale. Oggi tornare alla terra appare come un passo indietro».

Sul mercato fondiario, intanto, la pressione cresce. L’accesso alla terra è sempre più complesso e costoso e il ricorso all’affitto aumenta, mentre i prezzi continuano a salire. A complicare ulteriormente il quadro interviene l’interesse crescente di fondi stranieri per aree di pregio come Piemonte e Toscana, più per ragioni di status che per obiettivi agricoli. Una dinamica che finisce per penalizzare chi vorrebbe davvero coltivare.

Eppure non mancano i segnali di controtendenza, spesso legati a storie individuali. Come quella di Valentine, 34 anni, belga: non immaginava una vita nei campi, ma quando l’azienda di famiglia ha rischiato di chiudere ha deciso di rilevarla, anche grazie al sostegno della cooperativa Terre-en-vue. «Mi sono resa conto che senza qualcuno pronto a subentrare tutto sarebbe andato perduto», racconta.

Mentre il numero degli agricoltori diminuisce, l’interesse dei cittadini europei per il chilometro zero e per le filiere dirette “dal produttore al consumatore”, considerate più sostenibile, trasparente e affidabile, continua a crescere. Una domanda in espansione che rischia però di restare inevasa se l’esodo dalle campagne non si invertirà.