Con l’arrivo dell’estate, spiagge, ristoranti e alberghi tornano a riempirsi di turisti. Ma dietro il volto accogliente dell’ospitalità italiana si cela spesso una realtà ben meno luminosa: quella dello sfruttamento sistemico dei lavoratori stagionali, in particolare dei più giovani.

I numeri parlano chiaro. Secondo il rapporto annuale dell’Ispettorato del Lavoro, pubblicato il 31 marzo, su 15.502 ispezioni nelle imprese del settore turistico sono emerse 11.421 irregolarità. Una media allarmante: il 73% delle aziende ispezionate risulta non in regola. Non si tratta, dunque, di eccezioni, ma di un sistema che regge parte della propria economia su rapporti di lavoro fragili, mal pagati e spesso al limite della legalità.

«Ho fatto un colloquio per lavorare come barista in uno stabilimento balneare», racconta Ilaria (nome di fantasia, ndr) a VD NEWS. «Mentre aspettavo, ho visto il proprietario affittare un ombrellone ad agosto per 500 euro. A me, per 20 giorni di lavoro dalle 8:30 alle 19:30, hanno offerto 680 euro. Poco più di 3 euro all’ora».

Un’altra studentessa, Andrea, 25 anni, ogni estate lavora per contribuire alle spese universitarie: «Ho fatto la cameriera, la barista, anche in pizzerie in franchising. Lo stipendio più alto, però, è stato di 1000 euro. Con turni che andavano ben oltre le otto ore giornaliere».

Storie come queste non sono rare: sono la norma. La flessibilità promessa si traduce spesso in precarietà strutturale. Contratti a chiamata e part-time vengono utilizzati per coprire turni pieni, mentre gli straordinari restano non retribuiti. Eppure, il turismo rappresenta circa il 6% del PIL nazionale – percentuale che supera il 13% se si aggiungono i comparti della ristorazione e dei trasporti. Una ricchezza che, però, non arriva a chi lavora dietro le quinte dell’accoglienza.

Il mito del turismo come “petrolio italiano” nasconde così una realtà in cui i lavoratori – soprattutto giovani – pagano il prezzo più alto. Il lavoro estivo, anziché essere un trampolino di crescita e indipendenza economica, diventa spesso un primo contatto con il lavoro povero e senza tutele.

Finché questa situazione non verrà affrontata seriamente, continueremo a vedere imprese lamentarsi della “mancanza di personale”, ignorando le vere ragioni per cui il settore è sempre meno attrattivo. Non sono i giovani a rifiutare il lavoro: è il lavoro stagionale, così com’è, a non essere più accettabile.