Torna al cinema "Vermiglio", il «film antimilitarista e anti-algoritmo»
Un film in dialetto trentino, di una regista poco nota, con attori sconosciuti (e un grande interprete di teatro), che per di più è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale: «una scelta anacronistica» ha commentato la stessa autrice, ma che paradossalmente è risultata vincente.
Mercoledì scorso, “Vermiglio” ha vinto 7 David di Donatello – i più importanti premi del cinema italiano: miglior film, miglior sceneggiatura originale, produzione, suono, fotografia, casting e miglior regia – la prima volta, in settant'anni, per una donna.
«Un segnale di resistenza a un rischio di omologazione del linguaggio» ha commentato lei, Maura Delpero: «mi è stato chiesto se non pensassi che fosse anacronistico scrivere un film sulla guerra e ambientarlo nella Seconda Guerra Mondiale, e al tempo risposi che purtroppo la guerra è sempre attuale – e da allora lo è diventata sempre di più. “Vermiglio” è un film silenziosamente, ma convintamente e profondamente, antimilitarista: e racconta di quando la guerra ce l'avevamo noi in casa».
Distribuito a settembre da Lucky Red in pochissime copie (nonostante il Leone d'Argento alla Mostra di Venezia), è stato poi moltiplicato nelle sale data l'affluenza del pubblico – soprattutto dopo la notizia che avrebbe rappresentato l’Italia agli Oscar; non è riuscito a entrare in quella cinquina, ma è stato comunque candidato al Golden Globe come miglior film internazionale.
Questo weekend, per celebrare la sua stagione di premi, torna in alcuni cinema di tutta Italia.
Seguendo il ciclo delle quattro stagioni, “Vermiglio” racconta la vita di una grande famiglia contadina – e di come, con l’arrivo di un soldato rifugiato durante l’ultimo anno del conflitto, per paradosso si possa perdere la pace.