Ieri, a meno di un’ora dalla scadenza dell’ultimatum lanciato da Donald Trump, Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan e della Cina, hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco della durata di due settimane. Nell’ambito dell’intesa, l’Iran ha accettato di riaprire temporaneamente lo Stretto di Hormuz. Anche Israele ha aderito alla tregua, sebbene il premier Benjamin Netanyahu abbia precisato che «il cessate il fuoco non vale per il Libano». Trump ha dichiarato di aver ricevuto dalle autorità iraniane una proposta articolata in dieci punti, definita come una «base concreta su cui negoziare».

Non è ancora stata diffusa una versione ufficiale del piano, ma un riassunto pubblicato dal Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano e dai media locali ne delinea i punti principali. Tra le richieste avanzate da Teheran figurano la riapertura dello Stretto di Hormuz sotto il coordinamento delle forze armate iraniane, la cessazione delle ostilità contro tutte le componenti del cosiddetto “Asse della Resistenza”, il ritiro delle forze statunitensi da tutte le basi e aree di dispiegamento nella regione, l’istituzione di un protocollo che garantisca un transito sicuro nello Stretto, il pagamento completo di risarcimenti a favore dell’Iran, la revoca di tutte le sanzioni – primarie e secondarie – insieme alle risoluzioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e lo sblocco di tutti i beni e delle proprietà iraniane congelate all’estero.

Secondo la Casa Bianca, l’accordo rappresenterebbe una «vittoria per gli Stati Uniti», resa possibile dalla leadership di Donald Trump e dalla forza delle forze armate americane. Tuttavia, analizzando i contenuti della proposta emerge un quadro differente. L’intesa appare costruita su una serie di condizioni avanzate da Teheran che Washington aveva già respinto in passato.

In primo luogo, è evidente che il regime iraniano non è crollato: al contrario, esce da questa fase con una legittimità rafforzata come interlocutore centrale per il futuro del Paese. Le forze armate della Repubblica islamica risultano certamente indebolite dai recenti sviluppi, ma non neutralizzate. La riapertura dello Stretto, presentata come una vittoria, avverrà sotto il controllo degli ayatollah. Se da un lato ciò rappresenta un fattore positivo per l’economia globale, dall’altro difficilmente può essere considerato un successo strategico: si tratta, infatti, dello stesso passaggio marittimo che appena sei settimane fa era pienamente operativo, prima dell’avvio del conflitto da parte di Stati Uniti e Israele.

Nella proposta iraniana manca inoltre qualsiasi impegno esplicito a porre fine al programma nucleare, da tempo una priorità per l’amministrazione Trump. Esperti e analisti ritengono che alcune delle richieste avanzate da Teheran difficilmente verranno accolte integralmente dagli Stati Uniti, ma che possano piuttosto costituire una base di partenza per i negoziati. Trump ha già fatto sapere che negozierà con un suo contro-piano da quindici punti e che «se l’accordo non sarà buono gli Stati Uniti torneranno in guerra».

Nel frattempo emergono nuovi retroscena sull’origine del conflitto. Secondo il New York Times, durante un incontro dell’11 febbraio il premier israeliano Netanyahu avrebbe convinto Trump che il regime iraniano fosse vicino alla caduta, mentre fonti dell’intelligence israeliana prospettavano la possibilità di alimentare le proteste interne per favorire un “regime change”. In questo contesto, il presidente americano – nonostante il parere contrario della CIA – si sarebbe persuaso che la campagna contro l’Iran potesse essere rapida e relativamente semplice, sul modello di altre operazioni ritenute a basso rischio, come quella in Venezuela.

Le ultime evoluzioni rivelano però uno scenario diverso. Se la base dell’accordo fosse davvero quella proposta dall’Iran, risulterebbe ancora più evidente il possibile fallimento politico di Benjamin Netanyahu e Donald Trump. Sul fronte interno, il tycoon deve già fare i conti con un crollo di popolarità e consenso, a pochi mesi dalle elezioni di midterm.

Dopo aver minacciato di distruggere «un’intera civiltà», il presidente Trump ha annunciato il raggiungimento di un accordo, mediato dal Pakistan e dalla Cina, per una tregua di due settimane e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Immediatamente dopo l’annuncio, il prezzo del petrolio è crollato bruscamente, attestandosi sotto i 100 dollari al barile. Gli ultimatum del tycoon erano stati definiti «folli e inaccettabili» dalla comunità internazionale.

L’accordo è stato definito una «vittoria» dalla Casa Bianca, ma leggendo i dieci punti della proposta iraniana la realtà appare più complessa. Un retroscena del New York Times rivela come sia stato Netanyahu a spingere gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran. Una decisione che, alla luce degli ultimi sviluppi, sembra sempre più fallimentare: il regime degli ayatollah è ancora in piedi, mentre Trump deve fare i conti con il crollo della sua popolarità.